Antonio Dal Prà geologo aprile 2026
Scarica il PDF: LA DISTRIBUZIONE DEL PETROLIO NEL MONDO
Ragazzi, oggi ci diamo alla geopolitica, dove naturalmente tutti noi siamo superesperti. Tanto, tutti i giorni ce ne raccontano di ogni colore. Divertiamoci.
E’ ben noto a tutti, o quasi, che i derivati del petrolio sono i carburanti più usati nel mondo : servono per i motori a scoppio degli aerei, delle navi, delle auto, come combustibile per le centrali elettriche, come materia prima per tutte le plastiche , in agricoltura per concimi chimici, erbicidi, insetticidi, fungicidi. E per innumerevoli altre cose. Insomma è una sostanza fondamentale per l’economia del nostro povero pianeta. Non possiamo farne a meno e non vogliamo sostituirlo con un’altra fonte di energia. Ce n’è ancora tanto e poi non costa molto a tirarlo fuori.
Se non lo sapete, il petrolio, chiamato l’oro nero, si trova nel sottosuolo, nelle famose trappole geologiche, dove viene raggiunto ed estratto con pozzi.
E’ evidentemente una fonte energetica importantissima, soprattutto per le nazioni industrializzate, ma anche per i paesi in via di sviluppo, tutti assetati di disporre dell’ energia necessaria al loro progresso tecnologico.
Il suo consumo assume una quantità impressionante : nel 2024 sono stati consumati più di 102 milioni di barili al giorno, pari a circa 37 miliardi di barili per quell’anno. Una quantità enorme
I più grandi produttori sono ben noti : U.S.A. , Arabia Saudita, Russia, Canada, Cina, Iraq, Emirati Arabi, Brasile, Iran, Kuwait, Messico, Norvegia, Kazakhistan, Qatar , Algeria, Nigeria, Angola e altri.
I più grandi consumatori sono i soliti grandi : U.S.A., Cina, India, Russia, Arabia Saudita.
Sapete bene che Il petrolio dai giacimenti in sfruttamento viene trasportato alle raffinerie e agli acquirenti mediante oleodotti, lunghi anche migliaia di km, o per via mare con le petroliere, enormi navi cisterna. L’oleodotto più lungo, il Druzhba, misura 5.500 km e collega la Russia ai paesi europei. La sua portata è di 1.2-1.4 milioni di barili al giorno. La capacità delle petroliere si aggira tra 100.000 e 300.000 tonnellate di greggio
Anche le riserve nei giacimenti noti sono enormi. Nel 2025 le stime sono state le seguenti in miliardi di barili : Venezuela 303, Arabia Saudita 267, Iran 209, Canada, 163, Iraq 145, Emirati Arabi 113, Kuwait 101, USA 84, Russia 80, Libia 48, Nigeria 37, Kazakistan 30, Cina 28, Qatar 25, Brasile 16, Algeria 12, Guyana 11, Equador 8, Azerbaigian 7, Norvegia 7, Messico 6, Sudan 5, India 5, Oman 5, Vietnam 4, Egitto 3, Yemen 3, Argentina 3, Malaysia 3, Angola2.5, Uganda 2.5, Siria 2.5.
Facendo le somme, le riserve mondiali degli attuali giacimenti, stimate nel 2025, sono risultate di circa 1.770 miliardi di barili, sufficienti a rispondere alle richieste , secondo i consumi attuali, per ancora circa 50 anni. Tuttavia le ricerche di nuovi giacimenti continuano affannosamente , in paesi poco esplorati e disagevoli e al largo delle coste marine.
Dai dati sopra riportati, tutti reperibili e ben visibili in rete,ci si renre conto che il petrolio è molto diffuso sulla terra, in numerosi paesi, e in alcuni importanti giacimenti è ancora scarsamente estratto o tenuto come riserva.
A regolare le quantità estratte sono soprattutto le politiche economiche dei vari paesi. Le grandi potenze economiche fanno a gara per accaparrarsi lo sfruttamento dei giacimenti nei vari paesi o le piazze del mercato, con le buone o le cattive. Sono numerosi gli esempi di azioni di guerra portate per l’interesse al petrolio, anche attualmente. La Cina, assetata di fonti energetiche per l’enorme sviluppo tecnologico e industriale, cerca disperatamente sui mercati contratti di forniture, gli USA mettono una mano pesante in Venezuela, danno un’occhiata al Canada e guardano con interesse la Groenlandia. E non per piantare banani.
Per lo stretto di Hormuz, ormai diventato famoso come la pubblicità della nutella, transita circa il 20% del petrolio del consumo mondiale, proveniente dall’Arabia Saudita, dall’Iran, Irak, Emirati Arabi, Kuwait e Qatar. Lo stretto è un braccio di mare lungo circa 60 km e largo 30, che separa l’Iran dall’Oman, punto di grandissima importanza strategica perché è l’unica rotta marittima per diversi Paesi del Golfo ( Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, Bahrein, Iraq), ed è una fonte primaria di prodotti energetici ( olio e gas) per l’Asia e l’Australia , ma anche per l’Europa e per l’Asia. E’ ritenuto critico per la sicurezza energetica dell’Europa ( vedi fig.1).
Come ben sapete, l’Iran in guerra con USA e Israele, ha cosparso di mine le acque dello stretto e si è messo a bombardare tutte le petroliere che vi transitano, sbarrando in pratica il passaggio di Hormuz. La chiusura forzata ha provocato un putiferio, con danni paurosi all’economia di molti paesi ed un aumento notevole del costo di moltissimi prodotti un po’ dappertutto. Dobbiamo tutti ringraziare per questo il biondo “scavejon” Donald, il riportato Netanyahu e l’ayatollah di turno,
Ma ho l’impressione che su questa storia delle stretto ce la stiano raccontando grossa, troppo grossa. Stanno terrorizzando il mondo intero e fanno temere un disastro economico mondiale.
E’ vero che lo stretto apre al mondo arabo, grande produttore di olio, l’Oceano Indiano e quindi tutte le vie possibili e immaginabili per il trasporto del petrolio via mare ( vedi fig. 2). Ma è anche vero che si tratta solo del 20 % del consumo , facilmente reperibile in altri giacimenti noti, in altri
paesi non dipendenti dallo stretto di Hormuz. Quello che manca è la modalità di trasporto alternativa al passaggio per lo stretto, che non è di facile realizzazione in tempi ragionevoli.
Il fatto sta che la chiusura dello stretto da parte dell’Iran ha dato un colpo micidiale all’ equilibrio molto instabile dei mercati internazionali del petrolio, in tutto il mondo. I grandi produttori e i grandi consumatori si sono spaventati. Soprattutto gli USA, ma anche l’India , la Cina, la Russia. E anche la povera Europa , sempre al traino di altri.
Ha giocato molto anche il fatto che i paesi arabi colpiti basano gran parte della loro economia sulla produzione di petrolio. E sono grandi amici e fornitori degli Usa e di Israele.
I grandi consumatori , quelli ricchi anche di enormi riserve, sono contrari ad aumentare il pompaggio dei loro giacimenti. Peferiscono comprare il greggio dai paesi arabi. E risparmiare le riserve. Perché non si sa mai. Fanno i furbacchioni, soprattutto gli USA.
Vi ricordo che hanno grandi riserve il Venezuela , stimate il 18% delle riserve mondiali , il Canada 10%, gli USA 5%, la Russia 5%, la Libia 3%, la Nigeria 2%, Kazakistan 2%, Cina 1-5%, Brasile 1%. E poi Algeria, Equador,Norvegia,Messico,Sudan,India, Vietnam,Egitto, Argentina, Angola, Algeria, Indonesia, Colombia, Congo, Australia, Inghilterra,Perù, Romania e altri ancora. Come si può vedere da questi dati, petrolio ce n’è un po’ dappertutto. Guardate la figura 3.
Io non sono del mestiere, non so niente di geopolitica e di geoeconomia mondiale, ma mi sembra chiaro che i fatti di Hormuz chiedano cambi di direzione e di strategia commerciale del petrolio.
I paesi della penisola arabica sono sempre stati in subbuglio tra di loro, per questioni religiose ( sunniti e sciiti ), per situazione politica internazionale ( pro USA o contro USA ), per contese di confine, per guerre per l’acqua, per guerriglie tribali ). Mai finita. E allora, se si vuole mettere le mani con le buone o con le cattive sul petrolio di tutti quei paesi ( Iran, Iraq, Oman, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati , ecc. ) mi sembra che si debba rivedere la situazione per individuare modalità sicure in un lungo futuro al fine di portare ai paesi consumatori l’oro nero : nuovi oleodotti, nuovi porti adeguati, nuovi posizionamenti degli stoccaggi e delle raffinerie.
E una nuova politica economica mondiale, che consenta di attingere l’olio delle grandi riserve, ora appannaggio dei potenti del momento, come in Venezuela.
Come alternativa al passaggio per lo stretto di Hormuz, zona di rischio geopolitico, la penisola arabica ha una rete di oleodotti che rivestono un ruolo strategico per l’esportazione del petrolio. Tuttavia gli oleodotti esistenti sono ancora molto ridotti e assolutamente insufficienti rispetto alla produzione dei paesi arabi. Il più importante oleodotto è quello denominato Petroline, o East-West, lungo 1.200 km che attraversa la penisola, collegando i giacimenti della provincia orientale sul golfo persico al porto di Yanbu sul mar Rosso.La sua portata è di circa 7 milioni di barili al giorno ( Fig. 4).
E anche vero che la la situazione geolpolitica può cambiare , anche in tempi brevi : ricordo che fino al 1979 l’Iran era governato dallo scià Reza Pahlevi, con una monarchia di fatto dittatoriale, che seppure tra molti ostacoli, consentiva agli occidentali di sfruttare i grandi giacimenti iraniani di petrolio. Nel 1979 scoppiò la Rivoluzione Islamica, con un brusco e netto cambiamento di politica verso l’occidente.
Naturalmente i grandi manovratori dei mercati petroliferi della Penisol Arabica sono già partiti in quarta per progettare un nuovo grande oleodotto, che dovrebbe collegare i giacimenti del Qatar, degli Emirati e dell’Arabia Saudita con Israele, un terminal per ora più sicuro, saltando lo stretto di Hormuz e in barba al bellicoso Iran. Si veda la fig. 5.
Vi prego di osservre attentamente come , in queste operazioni di alta strageria commerciale, a collegare i paesi non è più la fede religiosa e politica, ma la convenienza economica. Non sarà nobile e onorevole ma per la pace è il solo sviluppo utile e possibile. Almeno finchè regge la situazione politica….













