Prof. Antonio Dal Prà – geologo – dicembre 2021 – in tempo di pandemia
Ho avuto la fortuna di viaggiare frequentemente nel deserto, con Silvana. Il deserto caldo, non quello freddo. Soprattutto il Sahara, il più grande del mondo.
Agi amici che sanno dei miei strani viaggi, fuori dal mondo, e mi chiedono come sia il deserto, rispondo a malincuore che non è assolutamente possibile descriverlo. Bisogna vederlo, entrarci, attraversarlo, viverci, dormire sulle dune col sacco a pelo sotto una volta di miliardi di stelle brillanti, ascoltare il suo infinito silenzio. Occorre osservare il rito del thè dei tuareg, accovacciati attorno ad un fuoco: sette volte si deve riversare, da un bricco all’altro. È necessario patire il caldo infuocato del vento harmattan che ti sferza e ti avvolge di sabbia, e la sete che ti ingrossa la lingua, in attesa di raggiungere il villaggetto per ingoiare l’ennesima pepsi. E ascoltare le dune cantanti, scendendo di corsa dai sui fianchi. Osservare le carovane di cammelli guidate dai berberi, che trasportano lastre di sale sui fianchi. Entrare nei mercati dei villaggi e delle vecchie città e mescolarsi alla folla variegata, colorata, vociante. Mangiare con le mani il capretto mescolato a riso bollito, servito su un unico piatto a tutta la tavolata. Salire in cima ad un picco roccioso e guardare lontano nell’infinito. Raccogliere antichi manufatti di selce sotto i roccioni e pensare alla vita di un tempo, ammirare le impensabili e inimmaginabili pitture rupestri di ragazze danzanti o di donne che fanno il bagno. E le incisioni su strati di roccia ad indicare una vita passata. E osservare gli alvei aridi di antichi torrenti e la depressione asciutta di un lago coperto sul fondo da crostoni di sale, che i berberi scavano e portano ai mercati. Giorni e giorni sulle piste senza incontrare anima viva. Osservare la perfezione e le ondulazioni sinuose delle linee di cresta delle dune. La solitudine. E ogni tanto un’oasi, con il pozzo, e i tuareg che attingono con gli otri di montone E i datteri dolcissimi, il pane cucinato sotto la sabbia, il tonno in scatola che ti sembra gustosissimo e che a casa tua avresti gettato. La ghirba d’acqua appesa allo specchietto del fuoristrada, che l’evaporazione riesce a rinfrescare. E dentro lo zaino il barattolo di nutella e pezzi di parmigiano. E le grandi oasi con migliaia di palme da datteri, sotto le quali i beduini coltivano gli ortaggi E gli incontri imprevisti: gli scorpioni sotto la tenda al mattino quando smonti, la vipera cornuta sotto i sassi quando vai a cercare fossili. E, in mezzo alle aride rocce, un cipresso millenario, sofferente ma ancora vivo. Le estensioni infinite delle pianure di ghiaia nera, i picchi vulcanici di lava basaltica che improvvisamente sorgono in mezzo alla sabbia, le dune che avanzano inesorabilmente granello su granello al soffiare del vento, il branchetto di gazzelle che ti corrono davanti e che non sai cosa possano mangiare se non la sabbia. L’incontro con i nomadi, e con le tribù locali. E molte, molte, altre cose….
Sahara Algerino
Ho cominciato a mettere il naso e a posare i piedi nelle sabbie del deserto, il Sahara intendo, quando ero all’inizio dell’età matura, alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Avevo allora 40 anni e con un paio di amici e Silvana gironzolammo per le oasi della Tunisia e per le città imperiali del Marocco. Poca roba, ma sufficiente a spingermi, anni dopo, a penetrare profondamente in questo immenso territorio.
Prima dei grandi viaggi nell’interminabile deserto ci fu l’intermezzo del mio insegnamento all’Università Nazionale Somala di Mogadiscio. Idrogeologia per 4 anni, 5 mesi all’anno, dal 1980. E lì aumentò il mio “ mal d’Africa”.
Il deserto del Sahara, il più grande deserto caldo della terra, quasi 10 milioni di km2, dall’oceano Atlantico fino al mar Rosso per 5.000 km, dal Mediterraneo al centro dell’Africa per quasi 2.000 km. Un territorio infinito, grande come l’Europa, e che copre quasi 1/3 dell’intera Africa, dove manca totalmente l’acqua superficiale, dove la rete idrografica è ridotta a valli secche e fiumi e laghi diventati fossili. Nel sottosuolo l’acqua c’è e viene raggiunta qua e là da pozzi scavati a mano. La falda d’acqua talora si avvicina al suolo, affiora e si forma l’oasi.
Il clima è caratterizzato da una siccità fortissima: le piogge mancano del tutto o sono solo di alcune decine di mm all’anno. E quando toccano il suolo evaporano dal grande calore. In superficie l’escursione termica è fortissima: anche di 30°. Le temperature possono raggiungere in certe aree anche i 45-50°.
Sahara Assekren deserto roccioso Algeria
E poi i venti, forti e caldi, come l’harmattan e il ghibli. E le tempeste di sabbia, che ti soffocano.
E le nubi di sabbia e polvere, che talora raggiungono l’Europa, con venti e piogge rosse anche fino alla Scandinavia, che ti sporcano la macchina. Dicono che l’aria secca del Nord Africa sia risucchiata dalla bassa pressione su Spagna e Francia, e poi trascinata a nord.
Difficile vivere in queste condizioni. Eppure nel Sahara, nei villaggi e nelle cittadine delle oasi vivono almeno 1 milione di individui, di varie etnie, stanziali e nomadi. Ci sono i famosi Tuareg, un tempo tutti nomadi, nell’Algeria Meridionale e nel Fesan Libico, nel Niger e nel Mali, chiamati “uomini blu” dal colore dei loro vestiti. E i berberi nelle oasi settentrionali. E infine i Tebu, nomadi, nel Sahara Centrale. Vastissime aree sono disabitate. I collegamenti a terra sono piste, sconnesse, disagevoli, in sabbia, roccia, ghiaia.
Sembra impossibile, ma la vita animale è vivace: scorpioni e coleotteri; volpi e roditori; iene e gazzelle e antilopi; il caracal (un felino tipico); e rettili: il cobra egiziano, la vipera del deserto, i varani. E anche uccelli: i falchi, utilizzati dai berberi per la caccia. Però l’animale sahariano per eccellenza è il dromedario, sgraziato, magro, brutto, bavoso, ma resistente e longevo, che sopporta senza problemi carestie e siccità. Ormai non si trova quasi più allo stato brado, sono tutti marchiati ed hanno un padrone, anche quando li incontri dispersi nelle pianure sabbiose a decine di km dall’oasi. E non lasciatevi convincere dai berberi delle grandi tende nere a montarli: mal di mare, ossa rotte, conati di stomaco, esperienza da evitare. Meglio a piedi.
Quando pensiamo al deserto molti di noi sono portati ad identificare questi aridi territori a un mare infinito di sabbia. Non è così: sabbie e dune sabbiose coprono solo ¼ del territorio sahariano, nei grandi erg soprattutto del Sahara Centrale Algerino. Gli altri ¾ sono occupati da estese coperture di ghiaie nerastre (Il reg o serir) e da tavolati di roccia nuda, lisciata dal vento o frammentata in schegge taglienti e acute (chiamati Hammada). I venti sahariani giocano una funzione fondamentale: lisciano e smerigliano le rocce, smuovono le dune, arrotondano i ciottoli e i blocchi rocciosi; il calore solare gli dà una mano efficacemente, spaccando le rocce in lastre, con la dilatazione differenziata tra la crosta e l’interno.
Sahara reg ghiaioso Algeria
Vi stupirete, ma sappiate che nel Sahara sorgono montagne più alte di 3000 m. Nel massiccio del Tibesti la cima maggiore raggiunge i 3415 m s.l.m. Questa catena montuosa, costituita da rocce vulcaniche nerastre (basalti), copre una superficie enorme, di ben 120.000 km2, nel Ciad. La catena dell’Hoggar, nel Sahara algerino vicino alla cittadina di Tamanrasset, ha la sommità a 2918 m: mi sono addentrato tra queste montagne vulcaniche nere costellate da antichi filoni e camini eruttivi, tra la gente tuareg, durante la mia prima traversata sahariana. Ci sono numerosi rilievi montuosi minori come l’Adrar della Mauritania, le montagne dell’Arabia lungo il mar Rosso.
Ben 11 stati si dividono la proprietà del Sahara: Algeria, Tunisia, Marocco, Sahara Occidentale, Mauritania, Mali, Nigeria, Libia, Chad, Egitto, Sudan. In quasi tutti ho girovagato negli anni passati. Purtroppo in molti di questi l’attuale situazione politica è ingarbugliata, complicata e instabile. I viaggi sono diventati pericolosi. Ora avrei paura. C’è il rischio che ti rapiscano e chiedano riscatto. O che ti taglino la gola. Meglio per ora restare a casa. E come al solito, l’instabilità politica è favorita dalle solite potenze straniere. Ma perché mai? E’ presto detto: recentemente sono state scoperte ingenti ricchezze minerarie, che hanno cambiato radicalmente l’economia dei paesi sahariani. Ed è ben noto che dove sta la ricchezza tutti ci mettono il naso, talora pesantemente.
Sono noti e sfruttati giacimenti di fosfati, ferro, rame, cromo, manganese, platino, sodio, diamanti e preziosi minerali rari ricercatissimi dall’industria tecnologica. E soprattutto petrolio e metano. Il deserto è solcato da numerosi oleodotti che portano il greggio alle raffinerie costiere ed ai porti.
Libia
Ma il Sahara, questo enorme territorio dai diversi aspetti, un luogo magico fuori dal tempo, con sabbie e rocce e ghiaie e montagne aride, sferzate dal vento e oppresse da un clima torrido, con piogge assenti o quasi e vegetazione rarissima, non è sempre stato così. Moltissimi indizi ci raccontano della sua antica storia, ben diversa da quella di oggi. Certamente fu abitato fin dalla preistoria, lo dicono gli studiosi che sanno tutto: in molti siti sono stati rinvenuti resti di industria litica risalienti a oltre 10.000 anni fa, del Paleolitico e del Neolitico, in selce, basalto, ossidiana. Pitture rupestri magnificamente disegnate sui roccioni di molti luoghi, della stessa età, testimoniano che faune e genti un tempo vivevano in quei luoghi oggi inospitali, in condizioni climatiche completamente diverse. Le ho viste anch’io, in vari luoghi. Gli studiosi raccontano che circa 30.000 anni fa, secolo più o secolo meno, le montagne sahariane erano coperte da rigogliose foreste, sulle pianure correvano fiumi e torrenti con praterie verdeggianti, numerosi i laghi, una ricca fauna di animali tropicali, e molta gente dedita alla pastorizia e alla caccia. Piogge abbondanti. Clima temperato. Non ci sono dubbi. Nei miei viaggi dentro il Sahara ho visto, con enorme meraviglia, pitture sulle rocce che riportavano donne al bagno nel fiume, scene di caccia e cacciatori con arco e frecce, gazzelle, antilopi, ippopotami, rinoceronti, coccodrilli, elefanti. E piroghe con i rematori. Quando le vedi, su pareti rocciose, rimani senza fiato, ipnotizzato dalla loro bellezza, dai colori, dalla stranezza di alcune, dal luogo dove le incontri, in pieno deserto. Salendo sulla sommità delle dune o delle alture rocciose puoi ancora osservare la rete rinsecchita dei corsi d’acqua, gli uadi, e i laghetti (i chott) con al fondo i crostoni di sale, prodotti dalla evaporazione dell’acque e dalla precipitazione del salgemma che avevano in soluzione.
Poi iniziò un cambiamento climatico, lento, piano piano, progressivo, inarrestabile. Le piogge diminuirono progressivamente, la temperatura aumentò, la vegetazione delle foreste e delle praterie a poco a poco si seccò e scomparve, i corsi d’acqua e i laghi si inaridirono. Si passò da un territorio umido, piovoso, pieno di vegetazione e animali, abitato da pastori e cacciatori, a un territorio arido. E circa 5.000 anni fa il Sahara si ritrovò desertico. Naturalmente la storia della desertificazione non è così semplice. Si passò dalle foreste e dalle praterie a un ambiente arido in migliaia di anni, in secoli, in modo graduale e diversificato da zona a zona: ricordatevi che il territorio sahariano è immenso, come l’Europa. E di conseguenza il Sahara si spopolò. La desertificazione è un processo climatico-ambientale che porta alla progressiva riduzione del terreno vegetale e della sua capacità produttiva. Riguarda tutto il mondo. Dicono i climatologi che le zone aride coprono quasi la metà del pianeta.
Pitture rupestri Algeria
Dicono gli specialisti che il cambiamento climatico avvenuto sia stato determinato da una variazione dell’inclinazione dell’asse di rotazione (rivoluzione) terrestre. Vedete voi se è il caso di crederci. Sui sacri testi di astronomia è riportato che più quest’asse è inclinato rispetto al piano di rotazione e più aumenta la differenza tra inverno ed estate, cambiando la posizione verso il sole. Insomma, arrivò lentamente una situazione di alta pressione permanente che ha provocato una progressiva diminuzione degli afflussi meteo, e piano piano la scomparsa o quasi delle piogge.
Uno degli aspetti più caratteristici del Sahara è rappresentato dalle dune di sabbia, che coprono circa ¼ del suo territorio, almeno 2 milioni di km2. Alcune sono alte quasi 150 m. Ma da dove viene questa enorme quantità di sabbia? La sua origine è ancora oggi oggetto di accesi dibattiti tra scienziati. Come al solito, gli studiosi sono litigiosi, permalosi. Pensate che qualcuno sospetta di una origine extraterrestre. Io non dico niente, arrangiatevi. Però alcuni dati li dovete sapere: la sabbia proviene dalla disgregazione di rocce madri e da una straordinaria selezione operata dal vento in funzione del diametro e del peso dei granuli.; la sabbia delle dune sahariane è costituita quasi prevalentemente da granelli di quarzo; la principale fonte del quarzo sono le rocce granitiche; le rocce granitiche sono rare nel Sahara e pare che non possano giustificare l’enorme volume di sabbia sahariana. Ecco il problema. Alcuni studiosi sostengono una provenienza da altro continente, lontanissima. Ma ci conviene lasciar perdere, per non entrare in discussioni più grandi noi. Le dune ci sono, magnifiche, stupende, dai disegni sinuosi perfetti, e ce le teniamo così. I granelli di sabbia mostrano colorazioni dal rosa tenue al rossastro: sono dovute all’azione di piccolissime quantità di ossidi di ferro che avvolgono con una pellicola sottilissima i granelli.
Pittura rupestre Libia
Le dune si muovono, quasi tutte. Avanzano. Dicono i nomadi sahariani che procedono con velocità variabili da 1 a 30 m all’anno, pressappoco, a spanne. Nessuno sta lì a misurarle. Si muovono nella direzione del vento prevalente, granello dopo granello, che sale spinto dal vento su un versante dolce, per poi ricadere nell’altro versante ripido superando la cresta, smosso dal suo peso, dalla forza di gravità. Avanzano inesorabilmente, grano dopo grano; e anche con piccole e continue frane, quando la pendenza diventa troppo elevata e supera l’angolo di attrito delle sabbie. Sono noti casi di molte cittadine sahariane invase e abbandonate per l’arrivo delle dune, in Egitto, in Mauritania, in Namibia, in Sudan….
Deserto del Sudan
Sudan Piramidi dei faraoni neri a Meroe
Durante un mio viaggio in Oman, nel deserto della penisola arabica ad est del Sahara, mi sono imbattuto nelle “dune cantanti”. In nessuna parte del Sahara le avevo incontrate. Ma mi dicono che ci sono. Un fenomeno che lascia stupefatti e attoniti. Il canto delle dune, nel silenzio del deserto, è qualcosa di inimmaginabile. E’ simile ad un lamento, un gemito o ad un ronzio provocato da un sciame di api. La guida locale mi ha mandato in cima alla duna, alta un centinaio di metri, e mi ha fatto scendere rapidamente sul versante ripido. Ed ho sentito il canto, da restare senza fiato. Il canto parte quando la sabbia comincia a muoversi e scende velocemente lungo il pendio, smossa dal calpestio. I granuli di quarzo sfregano l’uno sull’altro e l’attrito produce il suono. Chi ha studiato il fenomeno, noto anche in altri deserti (Cina, Perù) afferma che il suono dipende dalla grandezza e dalla varietà delle dimensioni dei granelli., che devono essere molto secchi. Dicono che lo spettro acustico è molto ampio e rumoroso quando i granuli hanno dimensioni varie, mentre il suono è uniforme e a frequenza fissa con granuli a grandezza uniforme.
Il Sahara, vastissimo, ha infinite peculiarità, diverse da zona a zona. Tra queste non si possono dimenticare i famosi cipressi millenari che si trovano nei Tassilli dell’Algeria. Ne sono stati censiti circa 250, spersi in un territorio di 900 km2 ad una quota tra 1400 e 1800 m s.l.m., solitari lungo gli aridi uadi. Sono povere piante relitte di antiche foreste. Contano 2000-4000 anni di età. Tronchi grossi e rami contorti. Mostrano una straordinaria longevità e una eccezionale capacità di sopravvivenza in condizioni climatiche estreme. Ricordo che ne abbiamo incontrato alcuni, che Silvana ha abbracciato. Io ho versato dell’acqua della borraccia, poca, sulle radici.
I miei viaggi nel deserto sono stati piuttosto numerosi. Con Silvana e sempre con guide locali. Molto pericoloso il “fai da te”. Anni fa ci si poteva muovere con sicurezza e la mia età consentiva di affrontare i disagi che si incontrano girovagando in territori poco ospitali.
In alcuni tours mi sono fermato poco addentro, sui bordi del deserto, come in Egitto, altre volte ho affrontato allegramente traversate impegnative. Vi sarete resi conto che il Sahara è un territorio enorme e molto vario. Ciascuna parte ha le sue caratteristiche, peculiari, talora impensabili e irreali. Di seguito vi parlerò dei miei viaggi nel Sahara, riportando necessariamente solo qualche aspetto. Ci sarebbe da scrivere un libro per ciascun viaggio. Badate, ragazzi, che sono passati molti anni e la mia memoria vacilla. Talora confondo un viaggio con l’altro. Portate pazienza.
Oman dune cantanti
Il primo viaggio dentro il cuore del Sahara, in Algeria, avvenne nel lontano 1991, da Tamanrasset a Djanet: eravamo in 4, con Silvana e una coppia di milanesi, tre fuori strada, due guide tuareg e un cuoco, e tendine a due posti. Una traversata di 6 giorni su piste senza incontrare nessuno: solo enormi estensioni di dune gialle, montagne rocciose nere dalle forme impensabili dell’Hoggar e dei Tassilli, le pianure infinite di ghiaie nerastre, tracce di uadi, qualche acacia qua e là. Imparai il rito del the, seduti attorno al fuoco, e mangiai il pane cucinato sotto la sabbia. Silvana insegnò al cuoco come preparare gli spaghetti al tonno; un successo. La vita con i tuareg, che si scoprivano la faccia solo per mangiare. Parlavano anche francese e ci capivamo. Le notti in tenda dentro ad un silenzio irreale e sotto un cielo limpidissimo con miliardi di stelle lucenti. E poi le prime pitture rupestri: qui le ammirai per la prima volta. Si rimane con la bocca aperta, attoniti. Le danzatrici dai corpi snelli, seno e fianchi appena coperti; e gli strani uomini dalla testa grossa e rotonda, con copricapi che sembrano caschi di astronauti o extraterrestri; scene di caccia con lance e frecce verso animali feroci. Imparai qui a lavarmi con salviette umide, non c’era acqua, e a bruciare la carta igienica dopo l’uso, per tenere pulito il deserto. Silvana provvedeva alla mia cura con colliri e creme varie, non riuscivo a sfuggirle. Una volta trovò nello zaino una bustina di crema, la aprì e me la spalmò in faccia nonostante le mie proteste: era lucido per scarpe di cuoio…..
Cammellieri Mauritania
Poi venne la Libia, nel 2001, al sud, entro l’Akakus e Tradat. Fu un viaggio difficile, con l’agenzia Kel 12 specializzata in tours sahariani. La Libia era stata interdetta ai voli per un attentato aereo, venivamo controllati continuamente, ispezioni, perquisizioni. Il gruppetto era di 9 persone, con Silvana e una sua amica e 6 francesi: guide tuareg, fuori strada, cuoco e tendine a due posti. Un deserto bellissimo, interessante. Paesaggi continuamente vari, dune di sabbia rossa, rocce e montagne di arenarie rossastre e di basalti nerastri, pitture rupestri, incisioni su rocce lisciate dal vento. Ricordo un roccione nerastro che sorgeva ai piedi di una duna, che portava una incisione abbozzata di uno zebu’, in grandezza naturale: sul muso sotto l’occhio era incisa una lacrima a forma di goccia; una delle guide tuareg mi spiegò che la vacca piangeva perché su quel posto c’era una sorgente d’acqua che era scomparsa, inaridita, diseccata. Non so se la storia sia vera. Certo che al racconto, di fronte all’incisione della mucca che piange, rimani triste e perplesso. Tra i sassi di una collina infuocata dal sole ho visto per la prima volta una vipera cornuta, corta e tozza, dello stesso colore della sabbia.
Biblioteca a Chinguetti Mauritania
Nel 2002 arrivò il viaggio nel Sudan, al sud, fino al confine egiziano all’inizio del lago Nasser sotteso dalla diga di Assuan. Tour bellissimo ma faticoso e impegnativo. Ricordo i disagi del vento polveroso, del caldo, della sete. Ma una avventura fantastica, nel territorio dei faraoni Neri. Monumenti, templi e le famose basse piramidi egizie dei faraoni immerse nella sabbia, a Meroe. Villaggi laboriosi con i mercati all’aperto, carovane di dromedari da carico, il Nilo Bianco che nella capitale Khartoun si unisce al Nilo Azzurro, le cateratte impetuose del grande fiume e la fitta vegetazione delle sponde in mezzo al deserto. E la fine del Ramadan a Khartun, una grande festa che viene celebrata con gran mangiate di montoni e capre e datteri dolcissimi, che ci hanno coinvolto.
Sahara algerino
Nello stesso anno riuscimmo a viaggiare anche in Namibia. Fantastico, Al solito modo: fuori strada, tendina, guida e cuoco locale, agenzia Levi di Milano. Un deserto spettacolare, vario, fino al confine con l’Angola. Molti villaggi di pastori, magnifiche dune rosse dalle sinuosità perfette, infinite distese di sabbia, pianure di ghiaia nerastra, le coste dell’oceano Atlantico con onde altissime, una colonia con migliaia di otarie vocianti e puzzolenti, pitture rupestri, piante silicizzate di antiche foreste, rari baobab, oasi di palme, gente locale di varie etnie (bantù, boscimani, herero…). Gli Himba, pastori, con capanne a cupola di rami e fango, famosi perché le loro donne si spalmano su tutto il corpo una oleosa argilla rossastra. La capitale, Windhock, sembra una cittadina tedesca. Diffusa la popolazione bianca, residuo dei colonizzatori europei: boeri, anglosassoni, tedeschi. La Skeleton coast, lunga qualche centinaio di km sull’Atlantico, dove le dune si immergono in mare, inospitale e pericolosa per le onde e le correnti, con innumerevoli relitti di imbarcazioni spiaggiate, circa un migliaio. Ricordo che una delle due guide era un ex mercenario olandese che aveva combattuto a lungo nelle guerre locali dei paesi sudafricani. Quando eravamo accampati sulle rive dello Zambesi, nuotava in mezzo ai coccodrilli. Una sera piantammo le tende su un pianoro sabbioso a ridosso di un collinotto di roccia rossa che aveva una grande fessura e una piccola caverna, davanti alla quale stazionava una vecchia ciottola di coccio. Qualcuno aveva scritto sulla roccia “ the fox thanks”, la volpe ringrazia. Ci spiegò il tuareg che lì abitava una volpe e tutti quelli che passavano versavano dell’acqua da bere nella ciottola. Siamo penetrati nel deserto del Nabib per visitare la famosa città fantasma e surreale di Kolmanskop: ai primi del ‘900 venne trovato un diamante nella sabbia; ci fu la corsa alla ricchezza di centinaia di minatori, soprattutto tedeschi; fino a 1200 persone, in breve tempo si costruirono case, ospedale, teatro, scuola, sala da ballo, centrale elettrica; dopo qualche decina di anni la produzione mineraria si esaurì e nel 1954 la città venne abbandonata; poi arrivò la sabbia, le dune, che la invasero; una visita piuttosto triste.
Mali La grande moschea di Djennè
Il Mali lo conobbi nel 2003. Un tour fantastico, con l’infaticabile Silvana, la sua amica Valeria, un mio amico d’infanzia e 3 ragazze veronesi. Foreste tropicali a sud, con savane e animali di molte specie, fino al deserto a nord. Cittadine con i mercati coloratissimi di mille prodotti locali, affollati di gente vociante dai vestiti sgargianti; villaggi con capanne di fango e paglia; gente cordialissima; i marabutti (antiche tombe); popolazione di molte etnie e costumi; la capitale Bamakò e l’antica e famosa città sahariana di Thimbuctù, patrimonio UNESCO. Per 5 giorni abbiamo risalito il Niger su una lunga canoa a motore, visitando una serie di magnifiche moschee costruite con fango e dormendo in tendina sulle sponde, in mezzo a rane vocianti e qualche coccodrillo. La cittadina di Djennè, nel deserto, patrimonio mondiale dell’UNESCO per l’ architettura delle sue costruzioni in fango, contiene una grandissima moschea, considerata l’edificio più grande al mondo in “terra cruda” (adobe, fango, paglia e acqua). Ha dimensioni areali di 75×75 m, alta 20 m, può contenere un migliaio di persone. Una visione stupenda, indimenticabile, con un grade coloratissimo mercato di gente dai grandi turbanti e dal vociare continuo per le contrattazioni.
Prima che ci colpisse questo maledetto covid abbiamo fatto in tempo a girovagare per la Mauritania, nel 2017. Un immenso paese per il 75% desertico, nel Sahara occidentale. Eravamo in 3: Io, Silvana e una sua amica; guida e cuoco locali, fuori strada e via. Paese povero, tipicamente sahariano, sabbia dappertutto, cittadine invase dalle dune, con tradizioni di schiavismo per discendenza (la schiavitù è stata messa fuori legge la prima volta nel 1954 e ribadita ancora nel 2004, ma pare sia ancora praticata) ), uomini con ampio turbante e ampi mantelli colorati; carovane di cammelli; lingua francese diffusa, retaggio del colonialismo; incrocio di antiche vie carovaniere per i commerci con il Mali, l’Algeria, il Niger, il Senegal. Territorio di contatto tra l’Africa nera del sud e la popolazione araba del nord. Pericoloso avvicinarsi ai confini con il Mali. Tradizioni di antichi commerci sahariani, come la stupenda cittadina di Chinguetti, patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, città santa dell’Islam, antico centro di grande importanza delle vie carovaniere, luogo di antica cultura. Ora invasa dalla sabbia, in stato di abbandono,mezza diroccata, ma abitata da berberi, ancora con 24 biblioteche, private e mostrate ai visitatori, con manoscritti preziosi, mappe, libri vecchi di secoli, purtroppo in desolanti e pietose condizioni. L’omosessualità è un reato gravissimo, mi spiegava la guida, e talora viene punito con la pena capitale.
Namibia
Abbiamo anche gironzolato in paesi ai contorni del grande Sahara, dove il clima desertico si fa comunque sentire, ma dove è possibile una certa agricoltura: il Senegal, il Gambia,l’Etiopia a nord e a sud, il Camerun, il Kenya. E anche in altri paesi del mondo, dove si trovano grandi territori desertici, sia caldi che freddi, tutti caratterizzati da grande scarsità di piogge. Sia nell’America del Sud, che in Asia. Ricordo in modo particolare il Gobi, vasta regione desertica arida e semi-arida dell’Asia Centrale, estesa in Mongolia e in Cina, per 1.300.000 km2, visitata anche dal nostro Marco Polo. Un deserto freddo di sabbie, praterie e montagne aride, popolato dai mongoli, pastori e allevatori di bestiame (capre, pecore, cavalli, cammelli), abilissimi cavallerizzi, in parte ancora nomadi, che abitano nelle famose yurte (chiamate anche ger) con pareti e tetto di tappeti di feltro di lana di pecora.
Mali
Però, alla fine debbo dire che quello che ho ammirato nei vari luoghi del Sahara non l’ho trovato in nessun altro posto al mondo. Appena sarà possibile, covid permettendo e se l’età mi tiene in piedi, riprenderò verso l’Africa. Mi aspettano molti paesi, il Niger, il Botswana con l’Okawango, e molti dell’Africa Centrale lungo la costa dell’Atlantico.
Navigazione sul Niger con una “pinasse”
Senegal
Ma, ragazzi, per ora meglio stare a casa. Al di là della pandemia che non si decide ad andarsene, l’Africa è diventata infida, pericolosa, rischiosa: banditi, guerriglieri, predoni, tagliagole, dappertutto ai confini tra gli stati; coltelli, kalashnikov, governi instabili e ballerini, il tutto fomentato da enormi interessi esterni per i ricchi giacimenti minerari del sottosuolo, che attirano gli avventurieri mascherati da amici, come le api sul miele. Si arrischia di essere sequestrati e costretti a passare, gratuitamente, qualche mesetto nel deserto, assaporando i piaceri della vita dei nomadi….Se tutto va bene.








