Grande Guerra, Cimbri, funghi, caccia, malghe, formaggio, boscaioli, gente cordiale e litigiosa
Antonio Dal Prà – geologo – dicembre 2021 – in tempi di pandemia
Confesso di avere da sempre uno stretto rapporto di affetto con l’altopiano. Fin da bambino. Nell’immediato dopoguerra, quando i partigiani dopo una dura e sanguinosa resistenza avevano abbandonato l’altopiano ed erano scesi in pianura, le malghe riaprirono, prima l’una e poi l’altra. Mio nonno Bepi allora “ cargo’ “ montagna” in malga Fiara, nella valle di Campomulo. e l’anno dopo al Zebio in val di Nos, e poi a Busa Fonda. Avevo 10 anni e vissi 3 mesi dell’estate in Fiara tra i “vacari” col nonno. La vita in malga iniziava alle 4 del mattino, quando i vacari radunavano le vacche nel luogo della mungitura, battendo le ciotole nei secchi di legno a guisa di tamburi, e chiamandole per nome: Nina, Bisa, Mora, Bruna. Decine di vacche da mungere, seduti su uno sgabellino di legno con una sola gamba. Animali nervosi le vacche. Non stanno mai ferme. E i vaccari gran bestemmiatori, con urla scurrili del più vario e colorito vocabolario veneto. Ne ho sentite di tutti i colori, altro che i carrettieri!
Nel casello veniva raccolta la panna che si formava dal latte contenuto in grandi e piatti bacini di acciaio, per fare il burro, che il nonno vendeva al commerciante.
Il casaro, nel gran pentolone di rame, scaldava il latte fino alla cagliatura e confezionava la forma di formaggio, che veniva salata e riposta nel casello a stagionare.
Debbo dire che Il cibo non era molto vario. Polenta e latte, riso cucinato nel latte, formaggio e polenta abbrustolita al fuoco del grande camino. Il pane era raro, portato su dal nonno e comunque era biscottato. La polenta si faceva tutti i giorni, sul caliero. Qualche pollo in umido, alla domenica. Lo “scoro”, residuo della cagliata, dopo la scrematura veniva portato al “labio” dei maiali, che ingrassavano a vista d’occhio, pronti per essere adoperati in inverno.
La domenica il nonno Bepi attaccava il cavallo al carro e mi portava a Marcesina, alla chiesetta degli alpini vicino al vecchio cimitero di guerra. Un prete, salito a piedi da Foza, diceva messa per i malgari della zona. Seguivano grandi discussioni sulle vacche, sul formaggio, sul burro, sui fulmini caduti la notte prima. Una volta, di ritorno, per far strada ad un camion di carbonari, il nonno alla briglia, il carro col cavallo si rovesciò sulla scarpata e io fui sbalzato fuori. Per fortuna tutto andò bene. Ma quando a fine stagione scendemmo a casa a Thiene, il nonno un giorno mi portò con la littorina a Vicenza, a Monte Berico, a ringraziare la madonna per lo scampato pericolo.
La guerriglia partigiana in altopiano aveva provocato centinaia di morti, rastrellamenti, rappresaglie, incendi di case,torture e attentati. A Granezza decine di giovani erano caduti. Le 31 crudeli impiccagioni di Bassano avevano impressionato. E la terribile rappresaglia di Pedescala, con 82 popolani trucidati e il paese incendiato. La gente era stanca, tornava piano piano a vivere quasi tranquilla.. Ed erano tornati anche i recuperanti sulle montagne a cercare residuati della Grande Guerra. Non c’era lavoro. E ci si doveva arrangiare. Salivano da Gallio tutte le mattine, con lo zaino e il piccone, e la bicicletta a mano. La bici serviva per il ritorno, la discesa, frenata da una fascina di rami di pino legata alla sella con una corda. Un gran polverone, per strada, allora rigorosamente sterrata. In Fiara arrivavano in due. Ciascuno aveva il suo angolo nel cortile, dove riponeva gli oggetti recuperati in giornata. Ogni 15 giorni passava un camion a metano e raccoglieva il tutto, dopo la pesatura e una accurata selezione. Ottone e rame valevano più del ferro. A parte la polvere da sparo, che serviva per caricare le cartucce da caccia e per le mine in cava.Io seguivo ora l’uno e ora l’altro. Nane, il più giovane, si era procurato un cercamine abbandonato dagli americani a fine guerra e andava sul sicuro. Ma la maggior parte dei segnali sonori riguardava vecchi barattoli vuoti di carne in scatola, che a migliaia e migliaia invadevano il suolo appena sotto l’erba: sull’altopiano, per 4 anni, al tempo della prima guerra, avevano vissuto centinaia di migliaia di soldati, italiani, austriaci, tedeschi, ungheresi, bosniaci, inglesi.
Ricordo ancora bene le decine di bombe di cannone da 75 inesplose che ancora si trovavano nei prati. Con scalpello e martello si levava la corona di rame. E i caricatori pieni di cartucce del fucile
italiano ’91, il Carcano in dotazione. Erano preziosi per Nane: la polvere, l’ottone delle cartucce, il piombo delle pallottole. Si andava di trincea in trincea, dentro le gallerie scavate in roccia, a ridosso dei baraccamenti. Una volta su una trincea del caposaldo austriaco di monte Zebio ho trovato tra i sassi un soldino di rame, una monetina con una grande testa baffuta. Tra i sassi delle trincee e dei baraccamenti si annidavano le vipere: ho impara a conoscerle e a evitarle.
L’ altopiano è stato massacrato da una quantità infinita di cannonate, ancora ben individuabili nei crateri che segnano i versanti dei monti; è stato inciso da centinaia di km di trincee scavate in roccia da ambedue le parti in guerra, che ancor oggi tagliano prati e boschi. Grandi fortificazioni in calcestruzzo sorgono su alcune posizioni dominanti. Quando oggi si costruisce qualche struttura edilizia, occorre provvedere alla ricerca dei residuati bellici, per eliminare il pericolo di esplosioni, e quasi sempre si rinvengono bombe di cannone inesplose. Per anni i boscaioli hanno distrutto le lame delle loro seghe a causa di schegge di bomba dentro i tronchi degli abeti. Le palline di piombo delle bombe a shrapnel sono ancora più frequenti dei funghi. L’altopiano è costellato da una miriade di piccoli cimiteri di guerra, con lapidi e croci, a ricordare le centinaia di migliaia di morti. Quelli inglesi sono particolarmente curati e destano tristezza e rispetto. Ora la maggior parte delle salme sono state traslate nel grandioso cimitero di guerra di Asiago, l’Ossario, sul colle del Laiten, dove moltissimi caduti sono senza nome. A ricordare la grande guerra, che ancor oggi conferisce all’altopiano una viva impronta, sono i numerosi musei di guerra, nei vari paesi, che raccolgono oggetti di quella tragedia, recuperati nelle trincee, nei campi, nei baraccamenti: bombe, cartucce, fucili, mitraglie, stufe, attrezzi di lavoro, elmetti, fotografie, baionette, bombe a mano, mazze ferrate, bombarde, gavette, maschere antigas. Con la guerra tutti i paesi dell’altopiano furono distrutti dalle cannonate, e tutti gli abitanti furono evacuati e sfollati in pianura, profughi talora mal visti. La guerra in altopiano fu una tragedia. E la ricostruzione molto dura e faticosa. Emilo Lussu, il noto scrittore sardo,col suo bellissimo libro “Un anno sull’altipiano”, ha descritto le battaglie sulle Melette.
Per non dimenticare i massacri inutili della grande guerra, molti piccoli cimiteri, sparsi qua e là, sono stati sistemati, con le loro croci e le loro lapidi. E anche molte trincee gallerie sono state ripulite e risistemate, e si possono agevolmente visitare: sulla Caldiera, sullo Zebio alla mina dello Scalabron, sullo Zovetto, sul Lemerle, sul Campanaro, sul monte Chiesa e sull’Ortigara. Pensate, sull’Ortigara, in 3 giorni di battaglia sono morti circa 25.000 soldati. Cose spaventose, che mettono in risalto la stupidità e la crudeltà dell’animale uomo. Anche alcuni forti sono stati sistemati, con feritoie, cupole, trinceroni: il Corbin che domina la valle dell’Astico, il forte di Campomolon, il Verena sopra la Valdassa, il Lisser sopra Enego, il Belvedere e il Cherle. Si possono visitare: ne vale la pena, anche perché sorgono su posti dominanti, che permettono di godere della vista di paesaggi piacevoli.
Più grandicello, al Bellocchio di Asiago ho cominciato le prime sciate. Sci rigorosamente di frassino, lamine avvitare a pezzettini, attacchi a cinghia di cuoio col mollone, lunghezza spropositata, bastoncini di bambù. Salivo in altopiano con la famosa “vaca mora”, un trenino a cremagliera che partiva dai piedi dell’altopiano e arrivava fino a Gallio. Durante la salita il trenino arrancava, sbuffava, andava così piano che ti permetteva di scendere al volo e risalire correndo. Ora l’antica locomotiva riposa in pace nei giardinetti della vecchia stazione di Asiago, all’ammirazione dei turisti.
D’estate si saliva per le grandi camminate nei luoghi della grande guerra: l’Ortigara, il Verena, il Portule, il Cengio, il Paù. A 15 anni l’altopiano lo conoscevo bene.
Poi arrivò l’Università, gli studi in Geologia e la tesi di laurea sull’altopiano. Uno studio che ha coinvolto il versante meridionale, dall’Astico, al piede, fino alla sommità della catena di monti che si eleva al limite sud (il Paù, il Foraoro, Cima Fonte). Due anni di lavoro. Per un paio di mesi, in estate, ho alloggiato in malga Serona, dormendo con i malgari e scorrazzando per la montagna tutti i giorni. E così ho conosciuto la geologia dell’altopiano, un massiccio blocco roccioso, di forma pressappoco quadrata, esteso per circa 500 km2, circondato da valli profonde: la valle del Brenta anord e ad est, la valle dell’Astico ad ovest e a sud. Un potente pacchetto di strati di rocce
sedimentarie carbonatiche formatesi per consolidamento di fanghi sul fondo del mare. La dolomia del Trias superiore fa da basamento ad una serie di strati calcarei del Giurese, fino alla sommità della pila con il Biancone, calcare del Cretaceo inferiore. Sono segnalati affioramenti di Scaglia Rossa, calcare del Cretaceo superiore, nei dintorni di Gallio. Ma io non l’ho mai vista. Quindi una gran pila di strati di origine sedimentaria marina, di composizione simile, ma distinti in pacchetti di aspetto diverso, per colore e grana della roccia, per spessore degli strati, per contenuto di fossili:ad indicare cambiamenti di profondità del mare e di ambiente di vita. L’età di queste formazioni geologiche parte dai 225 milioni circa di anni fa della Dolomia Principale di base e su fino ai 65 milioni del tetto della Scaglia Rossa. Di particolare interesse locale è il famoso Rosso Ammonitico, un pacchetto di calcari nodulari rossicci del Malm (Giurese superiore), ricco di resti fossili di ammoniti: sono conchiglie a spirale di molluschi, molto diffuse in altopiano, soprattutto sul monte Fior, sul monte Spil, sul Castelgomberto lungo lo spettacolare sentiero della Citta dei Sassi che si snoda sotto aspri roccioni calcarei rossi, fessurati, sede di numerose tane di marmotte che fischiano appena vi vedono. Lo spessore complessivo di questo grande complesso stratificato varia da circa 1000 m sino ad oltre 2.000 m delle cime settentrionali: Cima 12, Portule, Verena, Ortigara, Caldiera, che precipitano sulla sottostante Valsugana, sul Brenta. Sui calcari del Malm, il famoso Rosso Ammonitico del Giurese, sono state aperte numerose ed estese cave, che forniscono marmìpregiati dai vari colori, per rivestimenti, pavimenti, pietre da costruzione.
Nelle passeggiate con la mia nipotina Matilde ci si diverte a raccogliere la selce, la famosa pietra focaia che si trova in noduli nei calcari rossi del Malm e nei calcari bianchi del Cretaceo. Le varietà sono diverse: bianca, nera, rossa, grigia. Troviamo anche ammoniti, ma spesso sono difficili da estrarre. Più facili a trovare e a recuperare sono le palline di piombo degli shrapnel e le pallottole del vecchio fucile ’91.
Non vi racconterò di pieghe degli strati, di faglie e di fratture che interessano il grande massiccio dell’altopiano. Non vi voglio annoiare. Vi dico solo che circa 30 milioni di anni fa, poco più poco meno, alla fine del Cretaceo, la pila di strati calcarei ha cominciato a sollevarsi e a mettere il naso fuori dal mare, per i soliti litigi tra le placche tettoniche che si spintonano.
Vi voglio invece raccontare del drastico carsismo che colpisce le rocce calcaree e che conferisce una impronta spettacolare, appariscente e peculiare alla superfice dell’altopiano e alle sue profondità. Un processo, il carsismo, iniziato quando l’altopiano raggiunse condizioni subaeree, con l’arrivo degli afflussi meteo. Chi frequenta queste montagne, soprattutto nella parte settentrionale, nelle zone del Verena, del Portule, di Cima 12, dell’Ortigara, dei Castelloni di San.Marco, della Caldiera si imbatte in una serie di evidenti aspetti morfologici tipici del carsismo: frequenti doline circolari, ampie e profonde, inghiottitoi improvvisi che si aprono nella roccia, estese superfici rocciose solcate da profonde striature (campi carreggiati), cavità e grotte. La causa del carsismo è ben nota: le acque di pioggia e di scioglimento della neve, ricche di CO2 che hanno raccolto dall’atmosfera, aggrediscono il calcare sciogliendolo lentamente e allargando progressivamente le fratturazioni della roccia. Il fenomeno carsico è così diffuso nell’altopiano che riesce ad intercettare tutti gli afflussi meteo che giungono al suolo e a trasferirli in profondità, impedendo i deflussi superficiali. Infatti sull’altopiano non esiste una rete idrografica attiva. Nessun torrente è perenne. Il territorio è arido, le sorgenti sono molto rare. Eppure gli afflussi meteo sono abbondanti, con una media annua di circa 1500 mm. Vuol dire, a spanne, 750 milioni di m3 di acqua all’anno. E le valli sono ampie e ben delineate, ma quasi sempre asciutte: la grande Valdassa, la valle di Campomulo, la val di Nos, la val Gadena, la val Frenzela.
- Carsismo: campo carreggiato
- Carsismo: inghiottitoio
La circolazione idrica superficiale è sostituita da una attivissima circolazione sotterranea, che confluisce in un unico estesissimo sistema sotterraneo di cavità carsiche, il cui sbocco avviene sul fondo della valle del Brenta nella zona di Valstagna: vi sgorgano tre irruenti e tumultuose sorgenti. Il Covol dei Siori e il Covol dei Veci ad Oliero, e al laghetto di ponte Subiolo poco più a nord. La portata media annua delle tre sorgenti carsiche è molto rilevante, di circa 15 m3/s.
Gli inghiottitoi carsici sono numerosi, talora profondi fino a sfiorare i 1.000 m, esplorati e catalogati dalla Regione del Veneto, e luogo di attività di vari Gruppi di speleologi: la Spaluga di Lusiana, gli abissi di Campo Rossignolo, gli abissi di Malga Fossetta, quelli della Zingarella.
Un altro interessante aspetto merita di essere citato: le morene. Un tempo non molto lontano, durante l’ultima glaciazione, qualche decina di migliaia di anni fa, l’altopiano e le profonde valli che lo delimitano erano ricoperte e colmate dai ghiacci. Al loro ritiro, con l’aumento della temperatura dell’atmosfera, i ghiacci liberarono l’altopiano e sgombrarono le valli. Ma lasciarono evidenti tracce del loro passaggio. Infatti in alcuni luoghi dell’altopiano sono ancora ben evidenti
strutture moreniche e depositi fluvioglaciali, abbandonati durante il ritiro. Famose le morene della Val di Nos, che giungono quasi fino alle porte di Gallio. E gli estesi depositi glaciali che coprono la Piana di Marcesina. Molto curioso il fatto che a Marcesina, tra i depositi si trovano ciottoli arrotondati di porfido, una roccia che non esiste sull’altopiano. Questi ciottoli estranei provengono dalle montagne trentine, portati sull’altopiano in groppa ai ghiacciai.
Frequento molto l’altopiano, soprattutto da quando ho comperato, 40 anni fa, una casetta al limite del bosco, a Cesuna. Ci vado specialmente nelle mezze stagioni, quando i faggi colorano di rosso il bosco e gli animali escono a brucare sul prato al tramonto. I boschi sembrano senza vita, ma loro ci sono, basta saperli aspettare: caprioli, cervi e anche mufloni nelle terre alte. Nel cortile di Mirco, il mio vicino, c’è la volpe. Dalla mia finestra vedo gli scoiattoli sui rami dei noccioli. I montanari di qui dicono che quando i noccioli hanno molti frutti, ci sarà un inverno nevoso. Mah! Ne dicono tante di storie! Io ho molti dubbi, ma loro ci credono. Qualche anno fa, salendo sul Manderiolo nella zona di Porta Manazzo, nel bosco mi è partita una coppia di galli cedroni: un baccano del diavolo, tra battere d’ali e strilli. E ora sono arrivati pure loro, i cinghiali, saliti quassù dalla pianura. Ho visto prati profondamente arati e sconvolti dalla loro spasmodica ricerca di radici. Attorno a malga Cariola, e nella zona di malga Sunio, a malga Foraoro e a Granezza.
Nell’altopiano non ci sono montagne alte e splendide come le vicine Dolomiti. Tuttavia si possono fare delle buone scarpinate, su Cima XII (2336 m s.l.m.), sul Verena (2015 m s.l.m.), sul Portule (2310 m), sulla Caldiera (2124 m), in Ortigara (2105 m), ai Castelloni di San Marco (1830 m), a Cima Larici (2033 m). Basta un buon fiato e acqua nello zaino, perché non ci sono rifugi e non ci sono sorgenti, tutto è molto arido. Salendo verso nord, nelle terre alte, si possono osservare le fasce a diversa ambientazione: dapprima il bosco di abeti, poi i larici, poi i famigerati mughi infestanti che invadono i prati delle malghe, ed infine la roccia, la dolomia del Trias o i calcari grigi del Lias, oppure i calcari rossi ammonitici del Malm al Castelgomberto. Nelle terre alte, sulle rocce tra schegge di bombe trovi rododendri e stelle alpine.
D’estate l’altopiano si riempie di villeggianti, soprattutto al sabato e alla domenica, traffico esasperato, difficoltà di parcheggio, code infinite alla sera per scendere in pianura. Durante l’inverno, nel periodo delle vacanze scolastiche, si ripete la stessa confusione. Le piste da sci sono impossibili, affollatissime, pericolose. Meglio stare a casa e scegliere altri tempi. In quel periodo Silvana ed io ci dedichiamo a ciaspolare. L’altopiano si presta molto all’uso delle ciaspole, lungo le numerose e diffuse mulattiere della grande guerra. La loro pendenza è accettabile e non esagerata, considerato che dovevano servire a far passare i cannoni.
Sull’altopiano è ancora attivo l’alpeggio nelle malghe. Decine di malghe posizionate sui cocuzzoli di radure prative, in luoghi incantevoli. Varie decine di vacche per malga, in numero condizionato dell’estensione dei pascoli. Molte producono ancora il formaggio, come malga Pusterle che si raggiunge dalla vecchia osteria del Ghertele, per il sentiero della “Ghertelina” sotto i roversi del Verena; o malga Serona e malga Mazze,che guardano la pianura, o malga Manazzo, in alto verso il Manderiolo. Altre consegnano il latte al grande caseificio di Asiago. Il formaggio delle malghe dell’altopiano è famoso in tutto il mondo. Il dolce, il saporito, il mezzano, lo stagionato, il vecchio, lo stravecchio. A me piace moltissimo l’Asiago dolce, tenero, si scioglie in bocca, sa di latte e di burro.
Quando gli amici di pianura mi invitano a cena, porto con ottimo successo un vassoio di formaggi di Asiago. Silvana mi cucina spesso la tosella, al burro, rosolata. Con un paio di cucchiai di funghi misti e polentina abbrustolita. Una meraviglia. Non sapete cos’è la tosella? Andate al caseificio del Pennar, vicino all’Ossario del Laiten: vi spiegheranno tutto e vi regaleranno le istruzioni per cucinarla. Qualche malga, nei pascoli magri, carica pecore, come Slapeur e Moline, per tradizione. D’estate alcuni greggi di pecore nomadi vagano sotto l’Ortigara, dove sgorga una piccola sorgente, il fontanello del Cuvolin. Anche sotto la Caldiera, e su Monte Spil, nelle Melette di Gallio.
Molte malghe, dicono per sopravvivere, esercitano l’agriturismo. Sotto grandi tendoni preparano piatti casalinghi locali: formaggio fuso con funghi, la tosella, la salsiccia, carni varie, il tutto con la consueta polenta che non manca mai.
A fine stagione, le malghe per tradizione effettuano il rito della transumanza: vacche, cavalli, carri, adornati di fiori di montagna e rami di abete, sfilano per Asiago e scendono in pianura nelle stalle invernali. In coda, un mezzo speciale con pompieri e volontari pulisce la strada dalle “boasse”.
Appena la neve se ne va, nella tarda primavera, cominciano i primi funghi, le spugnole, chiamate sponzoli. E cominciano le invasioni dei fungaioli di pianura. Il superaffollamento avviene alla buttata dei porcini, regolata naturalmente dalle fasi della luna. E i boschi si riempiono, fin dall’alba. Molte località sono note per la loro produttività: Marcesina, i Larici, i boschi di Luserna. Ci sono dei limiti nella raccolta, di tempo e di quantità, regolati da una severa normativa e i permessi si pagano. Ma tra i boschi non ho mai visto un forestale. Dicono che nella parte trentina siano molto severi. Quando buttano i chiodini, solo per qualche giorno, a fine ottobre o giù di lì, il passa parola fa accorrere i raccoglitori. Nei boschi, in stagione, i funghi sono abbondanti: oltre ai porcini si trovano vescie, russole, manine, trombette, morette, finferli e finferle, mazze da tamburo, linguin, prataioli. E le solite amanite, che è meglio lasciar stare. I montanari di qui dicono che se hai qualche dubbio, li devi far assaggiare al gatto, o alla suocera. Meglio di no!
L’altopiano è molto ricco di boschi, estesissimi e fitti, soprattutto di abeti, meno di faggi e larici. Nelle terre alte imperano i mughi, odiati dai malgari. Ma la tempesta Vaia ha punito pesantemente l’altopiano, un cimitero di abeti, milioni di alberi rovesciati, una tristezza infinita a osservare la strage di piante, al Ghertele, alle Vezzene, a Marcesina, sulle Melette di Campomulo, in Val di Nos. Stanno lavorando alacremente per portare a valle i tronchi abbattuti. Cataste di abeti tagliati su misura e accatastati lungo le strade forestali, pronti al trasporto. Dicono che molti vadano in Cina, per mare. Purtroppo i ceppi dei tronchi tagliati e molto spesso anche le ramaglie rimangono sul posto, rendendo inaccessibile e impercorribile il bosco che rinascerà.
Un tempo era molto in uso la caccia con i roccoli. Posizionati nei luoghi di passaggio degli uccelli, con alte siepi rotonde e il capanno alto su un lato, catturavano con le reti le varie specie di passo. Ora questo tipo di caccia mi pare sia proibito. I roccoli sono in disuso, rimangono in vista i capanni diroccati, l’area invasa da erbacce e cespugli incolti, e i grandi maggiociondoli e sorbi che formavano i sostegni alle reti.
Molti anni fa, sotto le cime delle alte montagne settentrionali si produceva il carbone di legna: sul fondo di una dolina o di un cratere di bomba veniva accumulato un gran mucchio di rami di mugo poi ricoperto da terra argillosa, e si dava fuoco all’interno. Dopo alcuni giorni si scopriva l’accumuloe il carbone era pronto. Veniva messo in sacchi di iuta per essere portato in pianura a vendere.
Durante il mio girovagare e soggiornare sull’altopiano, ho imparato a conoscere la gente del posto. Laboriosi, sospettosi, pronti a darti una mano quando ti hanno accettato, bracconieri e boscaioli per natura, industriosi e litigiosi. Litigano per i confini dei prati, per le usucapioni, per le eredità, per i diritti di passaggio sugli appezzamenti. Le proprietà private di prati e boschi sono molto numerose ma singolarmente poco estese, sempre più piccole, ereditate e suddivise infinite volte da padre in figli e nipoti, molti dei quali emigrati in Australia o in Sudamerica. Molti appezzamenti, per le continue suddivisioni, sono privi di accesso e quindi invendibili. Insomma una gran confusione, che rende ogni progetto difficoltoso, complicato, oggetto di baruffe e disaccordi.
I litigi tra vicini e confinanti sono diffusi. Io mi trovo bene, sono entrato nel loro ambiente, con i vicini, con la bottega dei ferramenti e quella dei formaggio. Neppure tra i Comuni c’è accordo. Da anni, da molti anni, è in atto una disputa sul cosiddetto “Marchio d’Area”, in pratica il nome da conferire all’altopiano: di Asiago, o dei Sette Comuni, oppure di Asiago e dei Sette Comini, oppure…: Asiago vorrebbe prevalere, gli altri si oppongono. Non è mai finita. Aspettano i turisti per riempire alberghi e pensioni, per affollare i negozi e le piste da sci. Ma, sotto sotto, non li vedono di buon occhio: li chiamano “i zaleti”, opure i “taliani”, perché si sentono tutti Cimbri. Sono orgogliosi della loro discendenza cimbra, un popolo germanico disceso dal nord secoli fa, con una lingua gutturale di ceppo bavarese che ancora qui molti parlano e che in qualche scuola viene insegnata. Molti nomi di località e contrade sono di derivazione cimbra: Kaberlaba, Pennar, Laiten, Ebene, Prudegar, Buscar, Oba, Klama, Stocke. E ciascuno dei comuni ha il suo bravo nome in lingua Cimbra: Asiago è Sleghe, Roana è Robaan, Gallio è Ghel, Enego Cheneb, Foza Vusche, Conco Kunken, Rotzo Rotz, Lusiana Lusaan. Anche molti nomi comuni sono di origine cimbra. In altopiano fanno pure una birra cimbra.
I montanari di qui sono tutti innamorati di Mario Rigoni Stern, il loro grande scrittore, nato e vissuto ad Asiago. Ora riposa nel locale camposanto in una modesta tomba, sopra la quale i visitatori depongono un sassolino. Ha scritto dei libri meravigliosi su storie dell’altopiano. Alcuni sono poesie, come la Storia di Tonle. E’ sopravvissuto alla ritirata di Russia nelle seconda guerra, che ha poi descritto in un libro di grande umanità.
L’ho incontrato una sola volta, al vecchio cimitero di guerra della Brigata Sassari allo Zebio, vicino alla mina dello Scalabron, durante una cerimonia di commemorazione dei caduti sardi in quelle battaglie. Aveva la solita faccia triste, di come la vedete ancora oggi sulle foto. Ho letto tutti i suoi libri, li conservo tutti nella mia piccola biblioteca della casa di Cesuna. Ogni tanto ne rileggo uno. Leggeteli, se volete capire l’altopiano.
- Mario Rigoni Stern
- La ritirata di Russia 1943
Dimenticavo: ora sono arrivati, oltre i cinghiali. Anche i lupi ed è accesa polemica, perché si divertono a sventrare pecore, vitelle, asini delle malghe e delle stalle. Non si sa se siano arrivati da soli, dai Lessini o dall’est, come dicono alcuni, oppure siano stati importati per ripopolare il teritorio per volere della Regione e della Forestale. Le malghe minacciano di abbandonare, sono stati allestiti recinti volanti elettrizzati per i greggi di pecore. I malgari si sono dotati di cani antilupo. Insomma ci sono discussioni infuocate continue. Ogni tanto compare pure qualche orso, ma guarda e passa dopo aver gustato qualche manza.
L’altopiano ha molti aspetti che non vanno: traffico insostenibile nei fine settimana e nei periodi di vacanze, parcheggi impossibili negli stessi periodi, piste da sci affollatissime durante le festività, mancanza di rifugi sulle montagne, scarsa accessibilità stradale verso le alte quote, boschi ingombri di ramaglia abbandonata dai boscaioli, molte strade di montagna chiuse al traffico, e altre cose. Ma, vi confesso, amo l’altopiano, ne sono innamorato. Occorre solo scegliere i luoghi e i tempi. E la gente. Quando i paesi si svuotano dai vacanzieri, godi una pace e una tranquillità che non hanno prezzo, nei boschi silenziosi, nei prati fioriti di crocus, più su nelle mugare a raccogliere le pignette per fare il “mugolio”, nelle trincee della Caldiera e dell’Ortigara, dello Zovetto e del Lemerle, sulle cime rocciose del Portule e del Verena, e di Cima 12, e d’inverno con la neve ciaspolando verso le malghe vuote. E godendo delle grandi nevicate dalle finestre di casa tua davanti al caminetto acceso.


























