Antonio Dal Prà Geologo – Gennaio 2022 – in tempi di pandemia
Nella mia lunga e fortunata storia di viaggiatore ho girovagato per molti paesi, di qua e di là, verso est e verso ovest, a nord e a sud. Ma cosa mi ha spinto ad avventurarmi in viaggi talvolta faticosi e disagiati, e anche pericolosi? Non saprei dire. Credo una forte curiosità. Ma vi confesso che ho visto cose inimmaginabili. Con me, sempre Silvana, la mia infaticabile e validissima compagna di viaggio.
Se ci penso, ragazzi, non saprei elencarvi i paesi che ho visitato. Ormai la memoria non è più quella di una volta. Talvolta confondo un viaggio con un altro. Per fortuna nel mio sito ho inserito l’elenco dei luoghi visti e per ciascuno anche una decina di foto. E allora la memoria mi ritorna. E anche Silvana mi è di aiuto.
Devo dire però che la mia curiosità è stata mirata. Ho voluto vedere gente diversa da quella che mi sta vicino, ambienti e paesaggi diversi, modi di vivere differenti.
Quando ho cominciato, non mi preoccupava di dover dormire per terra sul sacco a pelo sotto una tendina. E mangiare quello che passava il convento. E lavarmi quando c’era l’acqua. Ma in questa maniera, talora con l’aiuto di una agenzia di viaggi spartana e a buon mercato, ho potuto visitare luoghi che le altre agenzie non raggiungevano.
Ora molti viaggi non li rifarei, troppo faticosi alla mia età. Altri non si possono più fare: appena ti affacci ti tagliano la gola oppure ti sequestrano e chiedono riscatto.
All’inizio, quando ho messo piede in Sudamerica per seguire le orme delle antiche civiltà precolombiane, me ne sono innamorato. Gli Incas, i Maya, gli Atzechi, in Perù, in Bolivia, in Messico, in Guatemala. Sul Machu Picchu ho curato il soroche, il mal di montagna, con il mate de coca, un infuso di foglie di coca coltivata sulle alture. Sul lago Titicaca ho raggiunto le Isole galleggianti di Totora su una barca di canne. Sulle Ande Boliviane sono salito fino ad un rifugio alpino sopra i 5.000 m.
Quando sono sceso giù, in fondo all’Argentina, in Patagonia, la Tierra del fuego, ho sgranocchiato il ghiaccio del Perito Morenoimmerso in una tazza di rum; ed ho pasteggiato con asado de cordero con patatas, gustosissimo.
Nella penisola Valdes, a metà strada tra Buenos Aires e Ushuaia, città della Patagonia, dove Darwin studiò l’evoluzione osservando pinguini, foche e orche, sono caduto in acqua tra gli scogli per fotografare i leoni marini: l’acqua salata è micidiale. Ho dovuto gettare la costosa e preziosa fotocamera, con i circuiti elettrici bruciati. Ne ho trovata fortunatamente una di nuova ad Ushuaia, con il contributo dei prestiti dei compagni di viaggio. Un viaggio senza foto per me è una tragedia.
In Cile, in fondo a la tierra mas austral del mundo, ho ammirato le Torri del Paine all’alba. Mi sono anche avventurato sulle montagne del Fitz Roy e del Cerro Torre, dove sono passati italiani famosi come il geografo Castiglioni e lo scalatore Maestri. Lì ero accompagnato da una guida locale, un alpinista che era stato in Italia ad arrampicare nelle Dolomiti, sul monte Civetta.
I mercatini dei villaggi sudamericani sono uno spettacolo indimenticabile: i contadini vendono i loro prodotti seduti a terra nella piazza, con i loro costumi coloratissimi, e le strade sono affollate dalla gente scesa dai monti circostanti per comperare, con i vestiti tradizionali della festa.
A Cuba, ogni cosa profuma di Che Guevara, di musica sulle piazzette e di cuba libre, in mezzo ad una povertà generale. E la magnifica baia di Rio con il Corcovado e la spiaggia di Copacabana e i viados e le splendide mulatte. Le favelas e i meninos de rua. Dicono che al mondo ci siano tre grandi e meravigliose baie che si devono visitare. Rio, Hong Kong e S. Francisco: me ne manca una.
Sono entrato anche nella Selva Amazzonica, con i suoi pappagalli colorati e i piragna affamati. Ho ammirato pure le maestose e imponenti cascate di Iguazzù al confine tra Brasile e Argentina.
Ho girato per la Colombia, che si affaccia sui due Oceani. La capitale, Bogotà infestata dalla microcriminalità. Con una continua guerriglia, con splendide città coloniali e con il problema della coltivazione della coca e del narcotraffico.
Dall’altra parte del mondo, ho raggiunto la Cina della Grande Muraglia e dell’esercito dei guerrieri di terracotta di Xiang, con la piazza di Tiennammen e la Città Proibita, e la baia di Hong Kong. L’India misteriosa, del bellissimo Rajasthan e dello stupefacente Taj Mahal e dei palazzi dei marajà, e una povertà infinita. Il Tibet con il maestoso Potala di Lasha e le centinaia di antichi templi buddisti sparsi per le montagne, e ovunque le preghiere di stoffa colorata che sventolano, e gli yack al pascolo. Il Nepal, con gli antichi monumenti di Katmandu e le montagne altissime della catena Himalaiana. Il Bhutan, esclusivo, la gente con i costumi tradizionali, devotissimi al loro re e molto religiosi; i monasteri, imponenti. Il Pakistan montuoso e con alti ghiacciai, sempre in guerra con l’India per questioni di confine. Il Ladakh, chiamato il Piccolo Tibet per i suoi antichi e numerosi monasteri.
E poi la Mongolia infinita, col suo deserto del Gobbi e le ger o yurte, le tende tradizionali dei pastori, dove ho dormito per una settimana, mangiando forzatamente cetrioli in tutte le salse.
La fantastica Birmania, dalle mille antiche pagode, e dal fiume Irrawaddi, limaccioso, con le grandi chiatte di grosse canne di bambù per i mercati di valle, che ho risalito a lungo con il postale.
Il Vietnam del Nord, devastato dalle guerre e ora con grandi e splendide risaie sui versanti gradonati e la gente di una gentilezza e cordialità infinite e la sua meravigliosa baia di Halong, dove ho dormito su una rudimentale barca in mezzo ai fantastici isolotti rocciosi.
La Cambogia, il regno dei Khmer, con i misteriosi templi di Hankor invasi dalla foresta e le grandi teste di budda scolpite sui roccioni.
Sono riuscito a girovagare anche in Iran, approfittando di un Congresso Internazionale sul carsismo. Bellissima Persepoli e le numerose e imponenti moschee celesti. Silvana costretta a circolare intabarrata e incappucciata.
Pure in Kyrgyzystan sono stato: montagne, deserti, yurte, cavali, greggi di pecore, yack, pastori e aquilotti addestrati per la caccia.
Stranissimo paese lo Yemen, con le case dall’architettura particolare, gente molto povera, ogni vallata una tribù in contesa con quelle vicine, tutti ruminano foglie di qat, la droga da masticare che deforma la mascella, piantagioni diffusissime di qat sulle montagne. Tutti armati con kalashnicov, mitragliatori russi a tamburo, pistole di ogni tipo. Pericoloso girovagare senza la protezione armata di guide locali. Fin da bambini portano la jambiya, il pugnale nazionale, infilata nella cintura.
La Grande Madre Russia l’ho conosciuta navigando per due settimane sul Volga da San Pietroburgo con il suo Hermitage e dai grandi laghi del Baltico, giù fino a Mosca. Un viaggio incantevole. Indimenticabile. Foreste di betulle, antichi monasteri e chiese, le dacie, e Mosca città stupenda.
Anche Montenegro, Albania, Turchia, Grecia, Yugoslavia, Egitto fanno parte della lunga fila dei miei viaggi.
E ora, sorpresa delle sorprese, devo confessare che dei paesi europei conosco pochissimo. Non mi attirano più di tanto. Ho visitato alcune capitali, ma a Londra non ci sono mai stato e neppure in altre grandi città. Ho girovagato solo in due paesi: l’Islanda, con i suoi vulcani, i grandi ghiacciai, il vento, i geyser e i pulcinella di mare; e la Norvegia, alle Lofoten e ai fiordi del sud. Troppo poco mi dicono, ma ho preferito altre mete.
Dell’America del nord non conosco praticamente niente. Ci sono passato per qualche scalo ma non mi sono mai fermato. Non stupitevi più di tanto. Non mi attira. Per ora mi va bene così.
E ora, finalmente, vi parlo dell’Africa. Il luogo che amo di più. Un grande e sviscerato affetto. Aspetto che il famigerato covid se ne vada per ritornarvi e girovagare nei paesi che ancora mi mancano, anche se ne ho visitati molti. Per manifestare il sentimento che nutro per i paesi africani ho scelto di scriverne non con racconti di paesaggi, foreste, deserti, montagne, fiumi e laghi, e usi e costumi, ma solo con foto della gente che ho incontrato, paese per paese.
Confesso di non essere un fotografo. Non so niente di diaframmi, tempi di esposizione, obiettivi. Possiedo una camera con teleobiettivo, inserisco la funzione di automatico, inquadro e premo. Quello che viene viene, e mi accontento. Quando viaggio, devo fotografare. E’ più forte di me. Senza camera mi sentirei nudo. Meglio restare a casa. Ho cominciato con i rullini e le foto. I risultati che ora vedo sono disastrosi. Poi sono arrivate le diapositive: un grande successo, proiettate su uno schermo adeguato facevano invidia agli amici, che però quasi la metà si addormentava. Partivo con 20 rullini da 36. Al ritorno, una buona metà la eliminavo perché orribili. Poi è arrivata l’elettronica, le diapo sono scomparse ed ho dovuto cambiare camera. Ora tutto è più semplice, il nuovo strumento può contenere migliaia di foto, le batterie sono quasi eterne, ma rimpiango molto la bellezza delle diapo. Purtroppo qualche anno fa un maledetto temporale mi ha messo fuori uso il computer. Ho arrischiato di perdere tutto. Qualcosa sono riuscito a salvare. Ma molte foto dei miei viaggi se ne sono andate. Per questo le immagini di qualche paese sono molto carenti. Portate pazienza.
Prima di sommergervi di foto, che potete anche cancellare…., vorrei evidenziare un aspetto dei paesi africani che non ho trovato in nessun altro luogo che ho visitato. Quando entri in un villaggio, frotte di bambini escono dappertutto, vocianti, schiamazzanti, sorridenti, ti circondano, ti toccano, ti accarezzano. A decine e decine. Non importa se a piedi nudi, con i vestiti rattoppati o stracciati, con lunghi mocci al naso: sorridono sempre, allegri e apparentemente contenti. Per fortuna non possono fare confronti con i nostri figli e nipoti, insoddisfatti, permalosi, capricciosi,vestiti alla moda, coccolati, pulitissimi, freschi di barbiere alla moda dei maneskin. Mi sono da subito abituato, fin dall’inizio delle mie scorribande africane, a rifornirmi, all’aeroporto, di quantità industriali di caramelle, lecca-lecca, chupa-chupa, che distribuisco in mezzo ad una confusione indescrivibile. Silvana, più raffinata, si porta da casa la boccetta per soffiare in aria le bolle di sapone, suscitando meraviglia, grida e rincorse per acchiappare le palle che se ne vanno nell’aria. Sono tanti e continuano ad arrivare. Resti impressionato da una simile moltitudine.
Scarica il PDF: 28 – AFRICA – I VOLTI DELLA GENTE
ALGERIA
CAMERUN 1
CAMERUN 2
ETIOPIA DEL NORD
ETIOPIA DEL SUD
KENYA – MASAI
KENYA – RIFT VALLEY
LIBIA
MADAGASCAR
MALI
MAROCCO – DESERTO E MONTAGNA
MAURITANIA
NAMIBIA
OMAN
SENEGAL
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SUDAN
ZANZIBAR

















































































































































































































































