Curiosità e Stranezze a 5.000 m sotto i mari. La corsa ad una ricchezza enorme La predazione dei fondi oceanici
Antonio Dal Prà geologo aprile 2024
Scarica il PDF: 68 – i noduli oceanici di manganese
La storia comincia da lontano. Come sempre. Era il lontano 21 dicembre 1872. Una strana nave salpava da Portsmouth in Inghilterra. Era una grossa corvetta da guerra di Sua Maestà Britannica che tuttavia aveva eliminato 16 dei suo 18 cannoni per far posto a laboratori di chimica e di biologia, ad una piattaforma con attrezzature adatte a scandagliare e campionare i fondali oceanici, a cabine e studi per numerosi specialisti. Da lì ebbe inizio la famosa Spedizione Scientifica Challenger, così si chiamava la nave, una grande sfida e una grande e strepitosa avventura che portò a numerose e molto importanti scoperte, gettando le basi di una nuova disciplina scientifica : l’oceanografia. Sotto la supervisione scientifica di Charles Wyville Thomson, dell’Università di Edimburgo, e del naturalista W. Benjamin Carpenter, affiancati da chimici, geologi, biologi, la Challenger viaggiò per 68.890 miglia marine ( 127.580 km) effettuando rilievi e osservazioni su fauna, flora e terreno dei fondali , campionature , scandagli ed esplorazioni. Terminò il suo viaggio il 24 maggio 1876 , dopo aver navigato al largo per 713 giorni sui 1.606 giorni di durata della spedizione, e dopo aver eseguito un poderoso studio scientifico di molte aree oceaniche.
Durante la missione vennero svolte 497 esplorazioni in acque profonde, 133 campionature dei fondali, 151 operazioni di pesca in mare aperto, 263 misurazioni della temperatura dell’acqua. Vennero scoperte 4.717 nuove specie di vita marina. La nave stazionò su 362 posizioni per raccolta di dati meteo, per campionare i fondali e per raccogliere fauna e flora marina.
Girovagò per l’Oceano Atlantico, per il Pacifico, per l’Indiano, in Antartide, toccando le Azzorre, le Canarie, le Bermuda, il Brasile, l’Australia, la Nuova Zelanda, le isole Fiji, le Ebridi, le Filippine, Hong Kong, il Giappone, Tahiti, Valparaiso in Cile, e ritornò in Atlantico per lo stretto di Magellano rientrando finalmente a casa. Insomma navigò in tutto il mondo, compiendo la più grande e poderosa avventura oceanica del secolo. Era durata, vi dicevo, ben 713 giorni. Non c’era una donna a bordo, ma si sono fermati in numerose isole tropicali….. Nei 20 anni successivi tutte le scoperte della spedizione svolte sugli oceani, biologiche, fisiche, morfologiche, geologiche, chimiche, furono descritte in ben 50 volumi di 29.552 pagine. Un pozzo di scienza e … una fatica enorme per i poveri scrivani.
Itinerario della nave Challenger tra il 1872 e il 1876
Durante quella spedizione , sui fondali degli oceani che coprono gran parte della superficie terrestre e che fino ad allora erano praticamente ambienti sconosciuti, gli studiosi della Challenger scoprirono stupefatti strani noduli nerastri, pesanti , grandi come patate, che in molte aree coprivano fittamente le grandi pianure oceaniche a profondità di 3-4.000 m. Nessuno li aveva mai visti prima. Analisi eseguite in nave su alcuni di questi ciottoli indicarono una composizione formata prevalentemente da ossidi di manganese e ferro e, in basse percentuali, da altri minerali. Questi noduli scuri poggiavano sopra la superficie dei fondali o si trovavano coperti da un leggeri strato di limo terroso soffice. Quelli della Chanllenger mai avrebbero immaginato che questa scoperta avrebbe scatenato molti anni dopo fameliche e forsennate ricerche da parte delle compagnie minerarie di tutto il mondo. Allora gli esperti della Challenger non diedere molta importanza a questo ritrovamento, che per decine di anni venne considerato come una curiosità mineralogica. Erano gli anni tra il 1872 e il 1876.
E la storia potrebbe finire qui. Invece il bello viene ora. Infatti fu solo molto più tardi , dopo la seconda guerra mondiale, nella seconda metà del ‘900 del secolo scorso , che questi noduli balzarono prepotentemente all’attenzione di molte società minerarie, come al solito fameliche , interessate alla loro estrazione dai fondali oceanici. L’interesse era determinato non tanto dai due componenti principali segnalati dalla missione Challenger, il ferro e il manganese, ma dai numerosi altri metalli che erano presenti nella composizione seppure in percentuali basse : nichel, cobalto, titanio, rame , molibdeno e minerali delle famose Terre Rare. Fu una forsennata corsa nel tentativo accaparrarsi le aree mineralizzate, di predisporre le attrezzature adatte e di sfruttare i giacimenti di questi noduli metallici e delle materie prime che essi contenevano: i metalli rari presenti nei noduli risultavano necessari , essenziali e indispensabili per lo sviluppo delle tecnologie innovative che stavano prendendo piede in tutto il mondo, e fondamentali per la transizione energetica ( industrie della telefonia, della propulsione elettrica, delle armi sofisticate, delle energie alternative ai combusibili fossili, come le batterie per auto, navi, aerei, industrie , le pale eoliche, i pannelli solari).
Gli studiosi della missione Challenger 1872-1876
Numerose grandi società minerarie, giapponesi, cinesi, indiane, tedesche, neozelandesi, americane, canadesi, coreane si buttarono a picco impegnando grandi capitali per la ricerca, lo studio, le prove sperimentali di prelievo, la stima delle quantità disponibili e i progetti di estrazione a largo raggio.
L’interesse per lo sfruttamento dei giacimenti oceanici dei noduli di manganese ha avuto alti e bassi, influenzato dai mercati dei minerali delle cave e miniere terrestri, dalle variabili situazioni politiche e dalle feroci controversie sorte per accaparrarsi le aree di estrazione, posizionate nei fondali degli oceani al di fuori delle acque territoriali, in terra di nessuno. Tutti questi studi e ricerche portarono ad una notevole conoscenza su questi strani noduli, sulla loro origine e formazione e soprattutto sulla loro collocazione e diffusione nelle aree oceaniche.
Molti pensano ancora oggi che estrarre minerali dai fondali oceanici sia l’unico modo per sostenere lo sviluppo e la transizione verso l’energia pulita, che prevede l’abbandono dei combustibili fossili. Ma sono in gioco costi enormi associati a rischi ambientali altrettanto enormi. Ancora oggi la Cina possiede l’egemonia della disponibilità di terre rare e ne condiziona il mercato. Evidentememnte questa situazione ha contribuito a spingere le società minerarie di numerosi altri paesi a rivolgere attenzione e milioni di dollari nello studio dei giacimenti sottomarini di noduli con la finalità della loro estrazione.
Occorre considerare che i minerali delle Terre Rare, indispensabili per la tecnologia moderna e la transizione energetica, sono presenti , e talvolta abbondanti, anche sulla crosta terrestre. Ma il monopolio è pressochè interamente in mano alla Cina, che nel 2006 estrasse il 96 % del prodotto mondiale, circa 120.000 tonnellate. Per la metà proveniva dalla famosa miniera di Bayan Obo. E’ il caso di ricordare che per ogni tonnellata di minerali rari estratti in questa miniera vengono rilasciati nell’ambiente con la lavorazione ben 75 m3 di acque reflue acide e circa una tonnellata di residui di rifiuti radiattivi. I danni ambientali provocati dalla enorme miniera sono stati gravissimi. Un disastro. Ma la Cina su questi problemi è spesso piuttosto disinvolta. Anzi, molto disinvolta.
L’aspetto più strabiliante di questi giacimenti è risultato essere l’enorme estensione delle aree di deposizione dei noduli, presenti sui fondali piatti di tutti gli oceani , ma soprattutto dell’Oceano Pacifico Nord-Equatoriale tra le Hawaii e il Messico. Insomma una enorme ricchezza che dorme sulle pianure oceaniche a migliaia di metri di profondità. In certe aree i noduli sono così fitti che si toccano e si appoggiano uno sull’altro. Come nei campi di patate dei nostri contadini.
La maggiore area finora individuata ha estensioni enormi : è la Clarion-Clipperton Zone, una porzione del fondale piatto del Pacifico, estesa ben 9 milioni di km2, tra le Hawaii e le coste occidentali dell’America Settentrionale. Pensate che qui è stata stimata la presenza di 20 miliardi di tonnellate di noduli con una densità media di circa 15 kg/m2. Una ricchezza inestimabile, se fosse possibile portarla a giorno..
Un’altra area di grande interesse è stata localizzata in Pacifico nel bacino del Perù e di Penrhyn ( Isole Cook) su un’area di 750.000 km2 , con una densità di noduli stimata in 25 kg/m2.
Un vasto campo nodulare è stato riconosciuto anche nel bacino dell’Oceano Indiano Centrale, con una densità stimata in 9 kg/m2, su una estensione di poco meno di 1 milione di km2.
I fondali oceanici ricchi di noduli si trovano compresi tra 3500 e 6500 m di profondità. Le dimensioni dei noduli variano da microscopiche fino a diametri di anche 20 cm, ma i più comuni hanno dimensioni e forme di patate o di uova , a superficie liscia, ma talora bitorzoluta. La forma varia dalla sferica alla discoide.
La composizione chimica e strutturale indica una serie di strati concentrici di idrossidi di ferro e manganese che circondano uno o più nuclei centrali. Il nucleo di aggregazione attorno a cui si sono consolidati i minerali può essere di dimensioni microscopiche. Quando è visibile ad occhio nudo può consistere in una piccola conchiglia di microfossile ( foraminiferi e altri) , o un dente di squalo, o un detrito di roccia basaltica. Di solito sono parzialmente immersi sul limo di fondo o appena ricoperti.
La formazione e la crescita dei noduli è uno dei fenomeni più lenti conosciuti dai geologi e dai chimici: è stato stimato che per crescere di circa un cm occorre un milione di anni. Per tale ragione i giacimenti di questi noduli polimetallici si possono trovare solo nelle pianure oceaniche dove per milioni di anni è mancata la sedimentazione di detriti e altro sul fondo , che non avrebbe consentito la crescita e avrebbe ricoperto i noduli in formazione. Non spaventatevi dei tempi. Madre Natura ha un metro differente dal nostro…
Gli studiosi spiegano che la formazione dei noduli è dovuta a più processi chimici, fisici e biologici , che possono agire nello stesso tempo : in prevalenza si tratta della lenta precipitazione chimica degli ossidi presenti in soluzione nelle acque marine ; concorrono anche l’apporto e la precipitazione di minerali dalle numerose sorgenti di acque termali associate alla diffusa attività vulcanica sottomarina che interessa i fondali oceanici e la precipitazione di idrossidi metallici per azione di microorganismi.
La composizione chimico-mineralogica è leggermente variabile. I noduli di maggior interesse economico contengono manganese per il 27-30%, ferro attorno al 6%, nichel per il 1.25-1.50%, rame per il 1.0-1.4%, cobalto per il 0.2-0.25%, e quantità minori di altri metalli.
La quantità totale di noduli sui fondali è stata stimata in 500 miliardi di tonnellate. Una quantità inimmaginabile. I maggiori giacimenti sono stati individuati a profondità di 4.000- 6.000 m.
Occorre precisare subito che finora nessun sistema di raccolta, trasporto in superficie e trattamento ha mai raggiunto finora un livello di fattibilità industriale , a largo raggio. Ma le sperimentazioni a piccola scala e le proposte progettuali sono state numerose , da parte di molte compagnie minerarie di svariati paesi. Tutti hanno cominciato a correre al nodulo. Come la corsa all’oro.
Occorre evidenziare che nei fondi oceanici sono stati individuati estesissimi giacimenti di minerali utili anche in altre due condizioni di giacitura, differenti dai noduli. Una prima forma molto interessante e appetibile sono i depositi di ferro-manganese ricchi di cobalto che incrostano estesissime aree sulle superfici inclinate dei rilievi montuosi sottomarini, costituiti da concrezioni che si originano da fenomeni di precipitazione chimica dei minerali in soluzione nelle acque in aree oceaniche libere da sedimenti per milioni di anni. Nella sola area della Pacific Crust Zone si stimano quantità di tallio pari a 1700 volte quelle delle riserve in terraferma, mentre per altri elementi i rapporti sono alcune volte per tellurio, cobalto, ittrio, arsenico. Si tratta di rilievi isolati di origine vulcanica, montagne sottomarine alte dai 1.000 ai 4.000 m , chiamate seamounts (si stima che negli oceani ce ne siano circa 33.000 , molti dei quali sono coperti da tappeti di croste minerali ricche di cobalto). La deposizione è lentissima e i soliti chimici sostengono che serva un milione di anni per fare aumentare lo spessore di 5 mm. Le croste più spesse si trovano nella parte superiore dei seamounts, tra 1000 e 2500 m di profondità . L’area più ricca di questi depositi è il Pacifico Occidentale, dove si trovano le montagne sottomarine più antiche, che si sono formate 150 milioni di anni fa.
Una seconda forma è quella dei giacimenti prodotti dalle numerossime sorgenti di acque termali collegate al diffuso magmatismo lungo le fratture tettoniche oceaniche. Da qui sgorgano acque ad altissima temperatura, di circa 400° , che a contatto con l’acqua fredda dei fondali marini danno luogo alla precipitazione di solfuri e a formazioni simili a stalagmiti , alte anche 30 m, che contengono i minerali utili ( argento, oro, rame, manganese, cobalto, zinco). Questi giacimenti si trovano a profondità comprese tra 1000 e 4000 m. 
Crostoni metallici di ferro-manganese
Ma lo sfruttamento industriale di queste enormi ricchezze minerarie , non ancora cominciato, deve superare problemi giganteschi : i costi elevatissimi dell’operazione nella raccolta sui fondali e il trasporto in superficie dei materiali; la complessità delle attrezzature necessarie ; le previste e temute conseguenze dannose all’ambiente, alla fauna e alla flora marine; la inadeguatezza di una legislazione chiara che regoli le concessioni dei permessi minerari , tutti collocati al di fuori delle acque territoriali e quindi in terra di nessuno; l’opposizione fortissima di associazioni ed enti che operano a difesa di un ambiente di importanza vitale come sono gli oceani.
Nei dettagli gli strumenti meccanici per lo sfruttamento industriale indicati nei vari progetti in attesa di partire mostrano leggere differenze. Ma in generale consistono in grandi mezzi cingolati calati sul fondale oceanico, muniti di rastrelli larghi una decina di metri, che arano il fondo, telecomandati in superficie da una nave-piattaforma, collegati ad una tubazione lunga migliaia di metri, necessaria a trasferire sulla nave per pompaggio o aspirazione i noduli raccolti. Evidentemente le operazioni sono molto complesse, soggette ad imprevvisti, rotture, incidenti. Ma pare che queste difficoltà non fermino le intenzioni delle compagnie minerarie, che stanno correndo affannosamente per accaparrarsi le concessioni.
Depositi da sorgenti di acqua termale Depositi di noduli poliminerali sul fondale oceanico
Incrostazioni di minerali sul fondo oceanico
Incrostazioni mineralizzate in aree idrotermali
Disegni progettuali di mezzi cingolati sui fondali per la raccolta dei noduli
Molto difficile e problematico appare il problema legato allo sconvolgimento ambientale che simili operazioni possono determinare. E su questo problema le associazioni protezionistiche stanno dando da anni una dura battaglia.
Le operazioni di dragaggio con i rastrelli per la raccolta dei noduli e quelle di scarificazione dei crostoni metallici sui versanti con i mezzi cingolati causano evidentemente la distruzione della vita marina nei fondali. L’aratura del fondo produce inoltre torbide limose che le correnti trasportano e depositano altrove , danneggiando fauna e flora. I rumori e le vibrazioni prodotti dalle macchine operatrici provocano effetti negativi sull’abitat dei grandi pesci e mammiferi marini, come balene e delfini, che sarebbero indotti ad abbandonare l’area e a modificare i loro consueti itinerari. I residui delle operazioni di lavorazione e selezione dei materiali giunti in piattaforma verrebbero rigettati in mare, contribuendo ad aggravare la situazione. Considerando l’enorme estensione dei giacimenti e l’elevato numero delle compagnie minerarie pronte a lanciarsi nell’affare dello sfruttamento, i danni ambientali sui fondali marini risulterebbe notevolissimi, preoccupanti e molto gravi.
Studiosi e specialisti ritengono che lo sfruttamento minerario dei fondi oceanici avrebbe dei costi ambientali enormi. La principale è la distruzione dei fondali marini : in parte per l’erosione provocata dagli scavi, ma anche e soprattutto per la quantità di sedimenti residui della lavorazione rilasciati in mare e che in media ammonterebbero, secondo uno studio dell’Accademia Reale delle Scienze Svedese, a oltre 50.000 m3 al giorno per ogni stazione mineraria. Abbastanza, dicono, per riempire un treno merci lungo 25 km. Certe stime sono 3 volte superiori. Questi sedimenti verrebbero rilasciati migliaia di m più in superficie rispetto al fondo marino da cui sono estratti, e quindi interesserebbero ecosistemi diversi e le correnti marine potrebbero trasportarli anche a centinaia di km di distanza.
Sentite anche questa. Oltre che per la devastazione del fondale marino e per la scia di detriti e sedimenti rilasciati su vastissime aree ai contorni, questo sistema di raccolta è devastante perché smuovendo il fondale per la raccolta dei noduli rischia il rilascio in atmosfera di parte dell’anidride carbonica stipata nella cosiddetta neve marina, lo strato di corpi di microscopici organismi marini depositatisi al fondo alla loro morte ( questo strato è capace di assorbire le emissioni di CO2 dall’atmosfera).
Nel giugno del 2021 oltre 700 esperti di scienze e politiche marine di 44 paesi hanno sottoscritto una nota congiunta con la quale chiedono una sopsensione dell’estrazione mineraria in acque profonde. Temono una micidiale perdita di biodiversità e danni irreversibuli all’ecosistema.
Gli ambientalisti ritengono che gli oceani, oltre 360 milioni di km2, pari a circa 2/3 della superficie terrestre e a 1,3 miliardi di km3 d’acqua, con una profondità media di circa 3800 m , siano l’habitat da cui nasce la vita, con una produzione di oltre il 50% dell’ossigeno disponibile, un assorbimento di circa il 30% della CO2 prodotta dalle attività umane ( si stima 22 milioni di tonn di gas serra) e un patrimonio di biodiversità pari a 4/5 di quello globale. E sostengono che sia incredibile che gli oceani possano essere messi a rischio e sacrificati, ancora una volta a nome dei nostri bisogni in nome della penuria di materie prime da usare per necessità in campo tecnologico, in settori come elettronica, comunicazioni, generazione di energia.
Recentemente è stato realizzato un censimento delle specie viventi nella famosa Clarion-Clipperton Zone, che ha rilevato oltre 5.000 specie animali finora completamente sconosciute. Gli oceani sono un immenso mondo di vita ancora in gran parte sconosciuta.
Secondo quanto affermato dal prof. Haeckel, biochimico marino presso il Centro Heilmholtz per la Ricerca Oceanica della GEOMAR, ogni operazione estrattiva rimuoverebbe dal fondale oceanico ogni anno uno strato superficiale biologicamente attivo da un’area di circa 200-300 km2.
Il primo studio relativo agli effetti ambientali è stato condotto dalla Germania Occidentale. Nel 1989 gli scienziati tedeschi avviarono l’esperimento “ Disturbance and re/colonization”. L’esperimento ha simulato un’operazione mineraria sul fondale marino in un’area ricca di noduli del bacino del Perù a sud delle Galapagos. Dal 1989 al 2015 sono seguite numerose osservazioni che hanno esaminato se e in che misura la fauna ha ricolonizzato l’area oggetto dell’esperimento. A 26 anni di distanzal’ecosistema interessato da questo esperimento non si è ancora del tutto risanato. Un altro studio ha esaminato gli effetti ambientali dell’estrazione di croste ricche di cobalto: nel 2020 una operazione finanziata dal Giappone ha condotto un test che aveva lo scopo di estrarre dal fondo dell’oceano croste ricche di cobalto, scavando una striscia lunga circa 120 m nell’Oceano Pacifico Occidentale. Lo studio ha dimostrato che nell’anno successivo allo scavo la densità degli animali nuotatori attivi , come pesci e gamberetti, è diminuita del 43% nelle aree direttamente interessate dai sedimenti sollevati dall’attività estrattiva e del 56% nelle zone adiacenti.
Da molti anni è in atto uno scontro serrato e aspro tra le numerose istituzioni che cercano accanitamente di difendere i fondi oceanici dalla predazione e le altrettanto numerose compagnie minerarie, assetate di giacimenti di metalli rari indispensabili alle tecnologie della transizione. A causa della crescente domanda di queste risorse , gli stati costieri iniziarono negli anni ’70 del secolo scorso a rivendicare sempre più aree di mare adiacenti alle loro coste con l’obiettivo di sfruttare le risorse del fondo marino. Questo portò negli anni ’70 al riconoscimento delle Zone Economiche Esclusive che, di fatto, estendevano la giurisdizione sul mare degli Stati che le rivendicavano, dalle tradizionali 12 miglia nautiche sino a 200 miglia dalla costa.
In questo feroce scontro che ha coinvolto numerosi stati, nel dicembre del 1970 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che ha definito il fondale marino al di fuori della giurisdizione nazionale di qualsiasi paese come l’Area le cui risorse sono state dichiarate “patrimonio comune dell’umanità, da gestire a beneficio di tutti. Naturalmente l’applicazione del concetto “patrimonio comune dell’umanità” si è subito scontrato con gli interessi divergenti tra paesi in via di sviluppo e le economie avanzate. Dopo 9 anni di furiose trattative, iniziate nel 1973, la Third United Nations Conference on tha Law of the Sea ha adottato nel 1982 la Law of the Sea Convention, la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Fu approvata con voto di maggioranza, ma con la totalità dei paesi avanzati, sia occidentali che del blocco comunista, che votarono contro o si astennero. Tutti i paesi sviluppati decisero di non ratificare la convenzione, che indicava il principio dell’alto mare come patrimonio comune, e alcuni stati iniziarono a promulgare una propria legislazione in materia.
Insomma , dopo anni di discussioni e trattive, con l’inserimento di aspetti vantaggiosi per gli investitori, tutti i paesi sviluppati, eccetto gli Stati Uniti, hanno ratificato l’Implementation Agreement all’UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare) adottato dalle Nazioni Unite e nel 1994 venne ufficialmente istituita l’ ISA : International Seabed Auhority, ente intergovernativo con sede in Giamaica, fondato per coordinare e controllare tutte le attività connesse ai minerali presenti nei fondali marini internazionali , oltre i limiti delle giurisdizioni nazionali. L’area interessata riguarda la maggior parte degli oceani della terra.
Ma le controversie continuano : il 21 luglio del 2023, dopo un confronto serrato , si sono conclusi i negoziati ISA senza un accordo sulla regolamentazione del deep sea mining, per l’ostruzionismo cinese e le trattative sono state rinviate al 2024. Evidentemente gli interessi sono enormi e appetibili e i più forti e organizzati cercano di prevalere. Lo scontro si è acceso contro la proposta di alcuni paesi ( Cile, Francia, Costa Rica sostenuta da una dozzina di paesi) per una pausa precauzionale dell’attività mineraria in acque profonde per garantire la protezione dell’ambiente marino..
Il valore di questi giacimenti, stimati in molti miliardi di dollari , finirà con l’avere il sopravvento su qualsiasi considerazione naturalistica. L’Autorità Internazionale sui Fondi Marini ISA agenzia collegata con le Nazioni Unite, ha già rilasciato diverse autorizzazioni della durata di 15 anni a 21 paesi per l’esplorazione dei fondali su ampie zone oceaniche di acque internazionali : a nazioni europee, alla Cina e ad altri paesi. Le zone in esplorazione si trovano in un’area della grande frattura di Clipperton ( estesa 4,5 milioni di km2 ), nell’Oceano Indiano, nella Dorsale Medio Atlantica e in altre aree del Pacifico. Se i risultati delle esplorazioni saranno favorevoli come pare, ci troveremo di fronte ad una nuova ed inarrestabile corsa all’oro con una concreta minaccia ad uno degli ecosistemi più fragili, dove condizioni di vita estreme , basse temperature e forti pressioni, hanno determinato lo sviluppo di forme di vita ancora in buona parte sconosciute cui probabilmente si dovrà rinunciare per questa ulteriore predazione umana.
Sul fronte ambientalista sono nate diverse iniziative per bloccare lo sfruttamento minerario degli oceani. Il WWF nel 2021 ha chiesto una moratoria su tutte le attività minerarie sui fondali marini. La moratoria è stata sottoscritta anche da BMW Group, da Samsung , da Google e Volvo Group e da altre aziende. I firmatari si sono impegnati a non utilizzare minerali provenienti dalle profondità marine nelle loro catene di approvvigionamento e a non finanziare attività minerarie in acque profonde. Una iniziativa analoga è stata presa anche da tre importanti banche britanniche : NatWest, Lloyds e Standard Charered, che hanno deciso di non fare affari con società che praticano il deep sea mining. Greenpeace ha lanciato una petizione che ha raccolto quasi un milione di firme per fermare questa lìattività mineraria oceanica.
Una gran confusione e un conflitto serrato tra le due posizioni.
Ora, se avete pazienza e se siete arrivati indenni fino a questo punto di lettura, vi confesso il motivo che mi ha spinto a raccontare questa storia e ad occuparmi dei noduli di ferro e manganese dei fondi oceanici.
Durante la mia ormai lunga vita mi è capitato di incontrare e toccare con mano direttamente questi misteriosi noduli nerastri e pesanti almeno tre volte.
La prima volta fu molti anni fa, quando da bambino passavo le estati nelle malghe dell’Altopiano dei Sette Comuni ( o di Asiago come molti si ostinano a chiamarlo), gestite dal nonno Bepi : malga Fiara, malga Zebio, malga Serona, malga Busa Fonda. Alla sera, quando i malgari rientravano in casara dopo la mongitura, e dopo aver consumato la povera cena a base del solito riso al latte e la solita polenta e formaggio, cominciavano le lunghe chiacchiere sui ricordi, gli aneddoti, le storie. E ogni tanto qualcuno tirava fuori dalle tasche dei noduli a forma di uovo di gallina, talora anche bitorzoluti , di colore ruggine, duri più della pietra, che avevano trovato sui prati durante il pascolo delle vacche. Dicevano che erano piccoli meteoriti caduti dal cielo . Una spiegazione fantasiosa, misteriosa, che mi faceva sognare piogge di ciottoli neri dal cielo nei giorni di tempesta. E mi faceva persare che forse qualcuno aveva colpito qualche animale e anche qualche boscaiolo o fungaiolo. Solo molti anni dopo ho capito che queste palle ferrose erano tutt’altra cosa. Erano noduli cresciuti sul fondo dei mari.
La seconda volta capitò quando da giovane assistente universitario nell’Istituto di Geologia padovano stavo studiando la serie stratigrafica delle rocce calcaree sul fianco meridionale dell’altopiano. Dovevo campionare gli strati di calcare al passaggio tra la formazione della Scaglia Rossa del Cretaceo e i sovrastanti banchi calcarei dell’Eocene. Al limite tra le due formazioni era stata segnalata in altre località una lacuna stratigrafica, in altre parole la mancanza di sedimentazione per un lungo tempo. Avevo individuato faticosamente tre vallette che scendevano dal ripido versante, dove l’erosione dei torrentini aveva messo a nudo la roccia, permettendomi di smartellare e campionare. Il mio amico e collega Fabio avrebbe poi esaminato i campioni su sezioni sottili per le valutazioni micropaleontologiche sui foraminiferi, per confermare o meno la lacuna stratigrafica. Un attento esame, arrampicato sui roccioni che affioravano, mi ha consentito di rilevare un crostone ruggine nerastro dello spessore di pochi mm posto sopra la Scaglia Rossa al limite con i calcari eocenici che la coprivano. E nel crostone erano immersi rari ciottoli scuri , pesanti, che non avevo mai rilevato prima. Ne portai uno , a forma di un grosso uovo di anatra , ai colleghi dell’Istituto di Mineralogia. Il ciottolo nerastro, segato ed esaminato al microscopio, risultò costituito da straterelli concentrici di ossidi di ferro e manganese. Avevo trovato casualmente un nodulo simile a quelli oggi presenti nei fondi oceanici , formatosi circa 60 milioni di anni fa sul fondo del mare cretacico durante una prolungata lacuna di sedimentazione.
L’ultima volta fu la più strana, innaspettata, stupefacente. Circa 25 anni fa stavo gironzolando nei prativi di malga Cariola sull’altopiano, lungo un sentierino terroso, argilloso, dove il passaggio continuo delle vacche nel tempo dell’alpeggio impediva la crescita dell’erba. Il terreno, rossastro, era stato prodotto dall’accumulo dei residui insolubili della dissoluzione carsica dei calcari grigi del Lias, che in quella zona costituivano il substrato roccioso. Immersi nel terreno fangoso del viottolo spuntavano con mio grande stupore e meraviglia decine di noduli nerastri, di dimensioni molto variabili dalla pallina di srapnel all’uovo di gallina, rotondeggianti o bitorzoluti, pesanti e duri. Erano gli stessi noduli che 50 anni prima i malgari mi avevano mostrato nella casara del nonno Bepi dopo cena, raccontandomi la storia dei meteoriti caduti dal cielo. Nei prati del nuovo incontro le complesse vicende geologiche avevano portato a giorno una superficie di strato calcareo, un antico fondale marino , su cui si erano formati i noduli. La successiva e recente azione di dissoluzione carsica, sciogliendo la roccia calcarea dello strato aveva liberato i noduli , insolubili. Le due foto sottostanti mostrano alcuni di questi noduli, raccattati nei prativi della malga.
Noduli raccolti nei prati di malga Cariola sull’ Altopiano dei Sette Comuni
Bene. Qui finisce la strana storia che volevo raccontare. Ora non ci resta che aspettare, se mai ci sarà, la fine del conflitto tra gli ambientalisti che si battono per proteggere un ambiente importantissimo come lo sono gli oceani , e gli affamati e insaziabili predatori che ingordamente vogliono raspare i fondi oceanici a caccia dei metalli rari. La Cina, col suo monopolio sta a guardare, allungando tuttavia anch’essa una ruvida mano sul fondo dei mari. E naturalmente continua a venderci auto elettriche e telefonini…




















