antichi mestieri curiosità di un tempo il passato che ritorna
Antonio Dal Prà geologo dicembre 2023
Scarica il PDF: 65 – Il paese di una volta
Sono nato, molti e molti anni fa, in un paesotto di campagna a ridosso dell’altopiano, in casa, con la levatrice. Allora le donne partorivano nel proprio letto. I primi ricordi sono sfumati , vaghi : riguardano gli ultimi anni della guerra, la seconda per essere chiari. In paese c’erano le brigate nere col teschio della morte sul berretto, il mitra in spalla e il pugnale in cintura, e i tedeschi che marciavano cantando canzoni che sembravano ruggiti. Vicino a casa avevano allestito anche un deposito della X Mas. C’era il fascismo e gli uomini dovevano salutare alzando il braccio destro per il saluto al Duce. In montagna erano accampati i partigiani, in mezzo ai boschi, nelle malghe e nelle caverne della grande guerra. Vari gruppi sparsi qua e là, con i fazzoletti al collo. Facevano qualche attentato. La gente del posto li aiutava a sopravvivere e anche gli inglesi con gli aviolanci di notte , segnalati da fuochi accessi nelle piane. I brigatisti neri gli davano una caccia spietata. E fucilavano.
Gli uomini del mio paese parlavano di attentati, rastrellamenti , torture, impiccagioni. In un paese vicino i tedeschi avevano impiccato 31 partigiani catturati in montagna e appesi agli alberi di un lungo viale. Un aiutante di mio padre era salito in montagna con i fratelli a fare il ribelle, erano in tre, si chiamava Fazio : durante un rastrellamento due furono catturati dai tedeschi e dai fascisti. Dapprima torturati e poi fucilati. Fazio ritornò alla fine della guerra e raccontò. E si vendicò. I partigiani trucidati furono centinaia, quasi tutti molto giovani.
L’altopiani è pieno di lapidi a ricordo di partigiani torturati e uccisi. Ma mi sembravano cose lontane. Anche se in paese uno sconosciuto, fuggito poi in bicicletta, aveva ucciso il farmacista con una pistolettata. Il farmacista era un gerarchetto fascista. Avevo appena 7 anni.
I tedeschi avevano imposto il coprifuoco. Nessuno poteva uscire di casa dalle 11 di sera alle 6 del mattino. Per le strade era buio completo, nessuna lampada accesa, e nelle case le finestre erano oscurate. Si temeva Pippo, un misterioso aereo che alla notte sganciava bombe dove vedeva luce. Aveva già fatto qualche vittima.
Ogni tanto aerei inglesi bombardavano la stazione ferroviaria con spezzoni incendiari, e la mira non era sempre precisa : talora , assieme ai vagoni prendevano fuoco anche le case vicine.
Quando passavano in alto squadriglie di fortezze volanti dirette a bombardare verso nord suonava la lugubre sirena dell’allarme e tutti scappavano da casa e correvano nei rifugi. La nostra contrada aveva scavato e ricoperto una trincea profonda in mezzo al prato vicino, dove si scendeva e si restava fino al cessato allarme. Le donne pregavano e dicevano il rosario.
- Eccidio di Bassano
- Lapidi a ricordo dell’eccidio di Granezza
Poco lontano da casa, sotto una fila di alti e grossi platani, i tedeschi avevano parcheggiato una lunga fila di cannoni , i famosi 88 , per essere aggiustati. Una vicina fabbrica di macchine per la lavorazione del latte era stata riconvertita in officina per la riparazione dei grossi calibri.
In giro per il paese, durante la guerra, c’era la fame. Tutto era contingentato e se avevi qualche soldino comperavi solo con le tessere annonarie, secondo le ridotte quantità stabilite. Certi alimenti erano spariti completamente : il burro, lo zucchero, il caffè, il sale , il sapone, le sigarette e altre cose. Il fornaio faceva un solo tipo di pane, grigiastro e senza gusto e tesserato. La carne era rara e molto costosa. Il nonno comperava qualcosa, quattro ossa da brodo, alla domenica mattina, tornando da messa prima. Ogni tanto qualcuno, di nascosto, macellava un vitello acquistato in campagna di contrabbando, dai contadini.
La nonna ogni altro giorno faceva la polenta gialla, piatto fondamentale per la famiglia. Il pane era razionato. Si faceva nel fogolare con il caliero di rame e la mescola. Bisogna mescolare continuamente a fuoco vivo per evitare che la polenta facesse i gnochi. Al posto del caffè si usava l’orzo. Veniva abbrustolito sul fuoco vivo dentro una sfera con lunghi manici ( la farsora ), e poi macinato nel masenìn. Contrabbando e mercato nero di ogni cosa erano attivi , ma pericolosi. Se ti beccavano finivi in carcere senza discussioni. Al posto del burro si usava il colà, il grasso di maiale.
- Cottura della polenta
- Tessere annonaria di razionamento
Ho visto uomini che al posto del tabacco fumavano foglie di vite seccate e frantumate o anche le foglie della panocia di granoturco, sia per la pipa e sia per confezionare rudimentali sigarette. Le scarpe si aggiustavano una decina di volte prima di buttarle : in paese avevano il loro desco un paio di bravi scarpari ( ciabattini ), che riuscivano a rattoppare e resuscitare. Anche con cartone e puntine di legno. Il paltò ( cappotto ) consumato si girava dal dritto al rovescio. I sartori erano abilissimi in queste operazioni di recupero. Gli uomini avevano il tabarro di panno nero e il cappello.
Un paio di volte l’anno passava in contrada l’ombrelaro , per riparare gli ombrelli , tutti di tela nera e il manico di legno. Con il telaio in astine di ferro , che spesso e volentieri si staccavano e bucavano la tela. Quando l’ombrello ormai irrecuperabile veniva buttato, con le asticelle metalliche i ragazzi si costruivano archi e frecce micidiali appuntite da lanciare su bersagli disegnati col carbone su una vecchia porta di legno.
Ogni mattino in contrada passava la dona del late, con un grande tino di rame munito di ruote e di una stanga per il traino a mano , pieno di latte prelevato dalla latteria comunale. Distribuiva il latte alle famiglie, secondo le quantità della tessera annonaria , usando dei misurini di latta da ¼ di litro, da ½ litro e da 1 litro. Aveva una trombetta, che suonava per annunciare il suo arrivo in corte.
- L’ombrelaro
- El scarparo
Il martedì era il giorno dei poveri. Passavano in contrada a chiedere la carità. La nonna il lunedì sera preparava delle monetine su una scodella. A qualcuno si dava anche un piatto di minestra. Venivano anche dai paesi vicini. La povertà dilagava dappertutto.
In campagna dai contadini qualche volta si poteva trovare del pane bianco biscotto, cucinato nel forno a legna che ogni fattoria aveva in cortile, e anche qualche uovo e del latte, ma a caro prezzo e di nascosto.
Per le strade non c’erano auto. Le poche, dei ricchi del paese, erano state requisite dai tedeschi. Tutti andavano in bicicletta, il paese era pieno, da uomo e da donna. Numerose erano le botteghe dei meccanici , che vendevano pezzi di ricambio ( copertoni e camere d’aria erano rare e costose), ma soprattutto riparavano le gomme bucate : le strade asfaltate erano pochissime e nello sterrato le gomme si bucavano facilmente. Per trovare il buco immergevano la camera d’aria gonfia in un bacino d’acqua e le bolle indicavano lo sfiato della lesione. Poi con mastice e una pezzuola di gomma ricavata da una vecchia camera d’aria chiudevano il foro.
Ogni tanto compariva in giro qualche vecchio autocarro o qualche auto che funzionava a carbonella, con una grossa caldaia tubolare appiccicata dietro la cabina. Rumorosi e sbuffanti.
- El mecanico
- La machina a carbonela
La contrada dove abitavo, cinque casette attorno ad un cortile, la corte, era di proprietà di una ricca famiglia che le dava in affitto. Noi abitavamo in una di quelle. Non c’era l’acqua in casa. Nella corte una fontana , su un angolo con una grande vasca di pietra, forniva l’acqua per bere, per cucinare, per lavare. La nonna , al mattino, usciva di casa, riempiva grossi secchi di rame e col bigòlo li portava in cucina e li appendeva sopra il seciàro. Ne avevamo quattro, per lavarci sul caìn , il catino, e per cucinare. Per bere si usava un mestolo di rame con un lungo manico, attingendo dentro uno dei secchi appesi. Nelle case non c’era il bagno. Neppure il gabinetto. Nelle povere camere , dentro il comodino c’era il vaso da notte, il bocàle, per la pipì. Durante il giorno i bisogni si dovevano fare nel cesso comune della contrada, un gabiotto di legno e muratura, unico, con un buco sul pavimento che dava su una grande vasca sotterrata, su un angolo della corte. Alla notte, se occorreva per i bisogni pesanti , c’era un secchio adatto all’uso, che la mamma ogni mattino svuotava nel cesso del cortile.
Naturalmente nelle case non c’era riscaldamento. In cucina il caldo era fornito dalla cucina economica a legna, che la nonna accendeva al mattino presto. Aveva tanti cerchi concentrici di ghisa, una bacinella laterale per l’acqua calda e un vano per il forno. Dalla stufa partiva un lungo tubo per i fumi, che riscaldava la stanza e terminava nel camino della casa. Per riscaldare il letto alla sera si usa la mònega con la fogàra, che conteneva le bronse, le braci tolte dalla stufa della cucina.
Una volta alla settimana la mamma mi infilava nel mastèlo della lissia , per farmi il bagno. Il mastello era il recipiente che le donne di casa usavano per lavare le lenzuola con la cenere, la lissia. Il sapone, in tempo di guerra era molto raro. Durante l’inverno, con il freddo, mi costringevano ad indossare ruvide e pungenti calze di lana lunghe fino all’inguine, sostenute da un sistema di elastici. Mi vergognavo da morire. I bambini più poveri, delle campagne, portavano le sgàlmare con le suole di legno.
- La cusina economica
- La monega con la fogara
In una delle casette della contrada abitava un vecchio comunista, che ad ogni manifestazione fascista o all’arrivo di qualche gerarca in paese veniva prelevato dai militi fascisti e messo in cella per qualche giorno, ad evitare colpi di testa del sovversivo.
Su di un angolo della corte c’era una osteria. Allora non esistevano i bar. Nell’osteria si vendeva solo vino e gli uomini giocavano a carte . Giochi semplici, briscola e tresette. I più bravi giocavano anche scopa. I litigi con insulti infernali erano di regola : si chiamavano in causa mamme, sorelle, la madonna e il buon Dio.
La famiglia di contadini a fianco a casa mia in stagione allevava i bachi da seta su una pila di arelle in cucina. Li chiamavamo i cavalieri. Tutti i giorni Nicola il contadino andava in campagna con il muso e il carèto per rifornirsi di foglie di moràro, il gelso. I bachi, comperati alla filanda e portati a casa piccolissimi, erano voraci e ingordi e in poco tempo diventavano grassi e lunghi. Il loro continuo divorare le foglie di gelso provocava un ronzio come quello di un alveare, giorno e notte, non dormivano mai. A maturazione si richiudevano dentro i bozzoli gialli ( le galète ), che poi venivano portati e venduti alla filanda per fare la seta. Dai bozzoli andati a male noi ragazzi tiravamo fuori i bachi morto e rinsecchiti ( i bigàti ), che erano ottimo cibo per le cince che tenevamo in gabbia. Molto gradite dalle montagnole ( cince piccole), che tenevamo pure in piccole gabbie di listelli di legno e fil di ferro, erano le tarme ( specie di piccoli lombrichi) raccattate dentro il fieno della vicina stalla del nonno.
In campagna andavo con gli amici ad abbattere con bastoni le more dei gelsi, quelle bianche, che servivano alla nonna per preparare una torta squisita e dolcissima. In stagione andavamo anche a spigolare il grano, talora rubacchiando dai covoni. In tarda primavera si andava a caccia di nidi dentro le cavità dei morari e dei stropari. E in primavera con la mamma si andava a pissacàn ( il tarassaco ), che la nonna cucinava con pezzetti di lardo. A me non piaceva per niente, erano amari.
Sul grande prato comunale al di là della contrada si giocavano furiose partite di calcio con un pallone di stracci arrotolati e legati saldamente con la gavèta, uno spago robusto.
Andavo a scuola al Patronato, dai Padri Giuseppini : in grembiule nero e tutte le mattine con due pezzi di legna da ardere sotto il braccio per la stufa scolastica posta in mezzo alla classe. Entrando nel grande caseggiato, nella parte alta del paese, si salutava gridando “sia lodato Gesù cristo” e alzando il braccio destro per il saluto fascista. Allora ero troppo giovane per fare il balilla. Ma il saluto si doveva fare.
- Allevamento casalingo di bachi da seta
- Bachi da seta (cavalieri) e foglia di gelso
I preti ci avevano allevato bene : eravamo molto religiosi. Ogni bambino aveva il suo angelo custode, tutte le sere ai piedi del letto le preghiere, al sabato la confessione da don Piereto, dove te la cavavi con tre ave maria. Dottrina tutte le domeniche al pomeriggio, e di maggio al fiorèto tutte le sere in chiesa. Due palle…
Quando si voleva offendere un compagno di giochi si gridava “te si un ebreo”, senza sapere il perché. Lo sapemmo più tardi.
- Avanguardisti
- Balilla
Il venerdì si mangiava pesce, pesce povero : sardine, gò, anguilla e anche il baccalà, che allora costava molto poco. Al giovedì passava in contrada il rivenditore , in bicicletta, con una cassa di legno sul portapacchi posteriore, piena di ghiaccio e di pesci. Si sentiva arrivare dalla puzza.
In alcune parti del paese, ben defilati, c’erano i cessi publici, i famosi vespasiani, per la pipì degli uomini, a due posti in muratura e lamiera. Puzzavano. Non capivo dove andassero le donne.
C’erano in paese, vicino alla chiesa parrocchiale, anche i bagni pubblici, dove gli uomini dei rioni poveri andavano a lavarsi. Solo nelle poche case dei ricchi c’era il bagno.
Lungo la roggia, un piccolo torrente perenne che attraversava il paese da monte a valle, nella parte bassa del paese erano stati costruiti dei lavatoi in pietra dove le donne di casa si affollavano per lavare lenzuola e altro. Per lavare indumenti e altro nelle case si usava el mastèlo e la tola da lavare.
Vespasiani
Lavandaie
Un paio di volte l’anno passava lo spazzacamino per pulire la canna fumaria che si intasava per l’uso continuo del fuoco a legna. Saliva sul tetto con una lunga scala a pioli di legno, calava dal camino una corda, alla base legava gli attrezzi per grattare le croste di carbone, e inondava la casa di fuliggine nera polverosa. Te la trovavi dappertutto per settimane, con disperazione delle donne di casa.
In autunno dall’altopiano scendevano i montanari con gran carri trainati da cavalli e ricolmi di pezzi di faggio, stele de fagàro, per riscaldare le case d’inverno con stufe e focolari.
In primavera arrivava l’arrotino, el molèta, con una speciale bicicletta munita di una mola di arenaria abrasiva , che faceva girare pedalando. Le donne della contrada portavano forbici e coltelli per rifare il filo.
- Spazzacamini
La singer
Ogni due tre mesi si faceva vivo el soldamàro , con un carretto trainato da un asino, el musso, e ricolmo di sabbia fine giallastra di quarzo, che veniva estratta da piccole cave nelle colline. Serviva per pulire la crosta nera delle pignàte e dei calièri , usati per cucinare al fuoco dei focolari e delle cucine economiche. El saldàme veniva venduto a pochi soldi alle donne di casa misurandolo con un vecchio barattolo di lamiera.
Capitava spesso nella corte della contrada el strassàro, lo straccivendolo, in bicicletta con due cassette di legno sopra le ruote e una piccola bilancia a molla. Lo sentivi gridare “strasse ossi fero vecio doneeee…”. Comperava stracci, ossa di vacca acquistate in macelleria per fare il brodo e oggetti metallici in disuso, che le donne di casa avevano accantonato in attesa del strassaro.
- El musso col careto
- El moleta
E arrivò la liberazione. Mussolini fu fucilato e poi appeso a Milano e i tedeschi scapparono in fretta risalendo le valli verso nord, lasciando amari e talora tragici ricordi nei paesi attraversati. Raccontavano gli uomini delle contrade che in un paese della vicina valle, una colonna corazzata in ritirata , presa di mira dai partigiani che uccisero un paio di soldati, si vendicò incendiando il paese e facendo una carneficina. La rappresaglia costò l’eccidio di 82 vittime di poveri abitanti e decine di case incendiate. Molti anni dopo, gli abitanti superstiti rifiutarono la medaglia d’oro proposta dal Presidente Pertini . Dissero dei partigiani : i ga sbarà e dopo i xe scapà.
Alla liberazione, fuggiti i tedeschi , i partigiani scesero dalle montagne, con i vestiti più strani e con armamenti variegati e occuparono il paese. Diedero la caccia ai fascisti , quelli dei rastrellamenti in montagna e delle torture. I fascisti in parte riuscirono a fuggire e in parte furono acchiappati e messi in carcere . Mi ricordo una gran confusione per le strade piena di gente armata e vociante.
La strage di Pedescala
E come in ogni guerra civile che si rispetti cominciò la contropartita, crudele e spietata. Gli uomini del paese raccontavano che partigiani venuti da fuori, pare da Forlì, e con la collaborazione di alcuni locali, avevano prelevato dalla prigione non lontana da casa nostra, nel maggio del ’45, 25 brigatisti neri . Caricati sul camion li uccisero un gruppo sulle montagne dell’altopiano, al buso della Spaluga e un altro gruppo nella vallata del Posina. Ogni giorno si sentiva parlare di uccisioni di fascisti.
Le ragazze che avevano famigliarizzato con i tedeschi furono rapate in pubblico e fatte sfilare per le strade. Una scena pietosa che vidi in piazza in mezzo ad una folla urlante. Povere donne, una pietà infinita. Non avevo ancora 8 anni. In mezzo a tutta questa esultanza e grande confusione, io mi aggiravo per le strade senza capire niente, guardando impressionato quello che succedeva.
La liberazione e i partigiani scesi nei paesi
E arrivarono subito dopo gli americani. Con i carri armati e le jeep. Io ero per la strada, la folla impazziva, gridava, cantava, sventolava bandiere. I soldati dalle torrette dei carri lanciavano strane tavolette , di gomma da masticare. Non riuscii ad acchiapparne neppure una. Le donne lanciavano fiori e salivano sulle auto dei soldati.
Gli americani
Gli americani portarono anche una nuova moneta, la Am-lira. La Storia riporta che le banconote, stampate in USA, arrivarono in Italia con 23.688 casse aviotrasportate. Il cambio era di 1 dollaro per 100 am-lire. Il totale distribuito fu pari a 167 miliardi di lire. Restarono fino alla proclamazione della Repubblica nel 1946, quando ritornò la lira, ma rimasero in corso fino al 1954 con la restituzione di Trieste all’Italia. Ricordo che la domenica pomeriggio al cinema del Patronato pagavo l’entrata 5 am-lire, per vedere i primi film di cow-boy che vincevano sempre sugli poveri indiani, e di Tarzan e la scimmia Cita.
Le AM-LIRE imposte in Italia dagli americani
Dopo due mesi dalla fine della guerra, nel luglio del ’45 , in un paese vicino un gruppo di partigiani della divisione rossa Garemi si macchiarono di una terribile e vergognosa strage. In una situazione di grande confusione, di contrasti tra le diverse parti antifasciste, di ricordi e di sete di vendetta per le violenze, le torture e le uccisioni subite dai fascisti, un gruppo armato entrò nelle carceri, scelse una parte dei detenuti, li riunì in due celle e sparò con i mitra : furono uccise 54 persone e 17 rimasero ferite. Poi gli assassini fuggirono. Seguirono indagini immediate delle autorità americane di occupazione e i colpevoli furono individuati : erano una dozzina. Ma nel frattempo gli esecutori vennero fatti fuggire in Yugoslavia e a Praga. Seguirono vari processi con condanne a morte e all’ergastolo, mai eseguite. Pochissimi pagarono, con qualche anno di carcere. Un terribile episodio tristissimo, che impressionò molto la gente.
L’eccidio di Schio
Si ritornava a vivere. La gente usciva dalle case. Le strade e le piazzette ritornarono ad illuminarsi di sera. Scomparve il saluto al duce e il sabato fascista. A qualche partigiano che aveva combattuto in montagna venne dato un lavoro pubblico. Due divennero vigili urbani, tanto non c’era traffico da regolare per le strade. Al partigiano Fazio venne affidata la custodia dello stadio costruito dalla buonanima nel ventennio fascista : ma forse i ricordi dei fratelli trucidati lo distrussero e morì alcoolizzato. Il comune nominò anche un accalappiacani, perché i randagi erano numerosi, affamati e davano fastidio : si chiamava Matio el ciapacàn. Era in età avanzata e portava al collo un fazzoletto rosso da vecchio comunista. Diceva di aver fatto il partigiano. Aveva in dotazione un lungo bastone con un laccio terminale che tentava di infilare al collo delle povere bestie. Girava severo per le strade e quando adocchiava un randagio e tentava l’ardua operazione della cattura, la gente gli si faceva attorno incitandolo e ridendo. Non ricordo che ne abbia acchiappato uno, anche perché la gente stava dalla parte del cane e lo faceva scappare.
Ritornarono anche i carabinieri nella caserma vicino a casa mia. Difficile lavoro per gli sprovveduti militari, perché i partigiani giravano ancora per le strade armati e prepotenti a caccia di fascisti o presunti tali e non volevano consegnare le armi. Si diceva che molti di loro avessero nascono gli sten inglesi paracadutati e i vecchi 91, per una futura ed auspicata rivoluzione rossa.
Si cominciò anche a provvedere alla manutenzione delle strade sterrate, con gli stradini, muniti di bicicletta, pala e piccone. Ad ogni stradino era affidato un tratto di strada. Ritornarono anche gli spazzini comunali, con il carretto a due ruote trascinato a mano e grandi scope di rametti di bambù.
I cannoni tedeschi da 88 allineati sotto i grandi platani del viale vicino a casa furono subito oggetto di smontaggio di varie parti da vendere al commerciante di ferovecio. Noi ragazzi smontavamo col cacciavite il congegno di movimento della canna per estrarre i cuscinetti a sfera da utilizzare come ruote dei carrettini di legno , che inginocchiati sopra spingevamo forsennatamente sulla strada asfaltata. Costruivamo i primi aquiloni con grandi fogli di carta leggera acquistati in cartoleria e con asticelle di legno sottile per il telaio: la colla veniva ottenuta con un impasto di farina bianca e acqua. Con il vento propizio e un buon rotolo di filo si riusciva a raggiungere decine di metri di altezza sul prato vicino a casa.
Con un barattolo bucato, rovesciato e ben tappato con la terra facevamo fenomenali scoppi utilizzando carburo, comperato in drogheria, e acqua. Il barattolo saltava in aria per una decina di metri.
Non c’erano ancora i guardiacaccia e noi , col vischio ( la pania ) e i bacchettoni , catturavamo a decine cince e montagnole, ai giardini pubblici allora ancora incustoditi e incolti.
Un giorno alla settimana il ricovero comunale degli anziani spalancava le porte e i poveri vecchi malandati uscivano per le strade del paese. Ricordo che molti , anche in carrozzella, si dedicavano alla raccolta delle cicche di sigarette per terra, utilizzando un bastone che terminava con un chiodo per raccogliere i mozziconi.
Gli americani ci aiutarono e la roba cominciò a circolare nei negozietti e al mercato : cibo, scarpe , tessuti, anche zucchero e caffè. Tutto made in USA.
Il fornaio vendeva anche il pane bianco e il pane all’olio, e anche quello all’uva. Il frutarolo con asino e carretto portava ogni giorno in contrada verdure varie e qualche frutto.
I primi mercati in strada
Il lunedì c’era il mercato in piazza : i contadini portavano a vendere polli, anatre, conigli e verdure dei loro orti. C’erano i banchi delle scarpe, dei tessuti , degli attrezzi da orto, delle sementi, dei casalinghi , del cordame. Allora non esistevano i vestiti confezionati e si doveva ricorrere ai sarti , che misuravano, tagliavano e provavano e poi cucivano con la Singer a pedale. Il mercato del lunedì era sempre molto affollato, molta gente veniva dai paesi vicini, tutti in bicicletta, che poi lasciavano temporaneamente negli stalli custoditi, in cambio di poche lire. Al foro boario, un edificio di costruzione fascista, si svolgeva un importante e molto frequentato mercato del bestiame : vacche, cavalli, asini, vitelli. Gli uomini, tutti con tabarro di panno nero, cappello e la tradizionale bagolina , il bastone col manico ricurvo, giravano attorno alle bestie, le osservavano, le palpeggiavano , ai cavalli guardavano i denti. E i mediatori furoreggiavano e si agitavano in cerca di compratori : vestiti con un lungo grembiule grigio che li distingueva, afferravano per la mano il possibile compratore e lo trascinavano dal venditore , e con urla e strattoni tentavano di convincere i due all’affare, che si concludeva dopo prolungate e agitate discussioni con una stretta di tre mani unite.
Il nonno aveva acquistato una cavallina marrone con una lunga criniera bionda, e anche una vecchia carrozza con una capotte di cuoio nero raggrinzito : portava in giro le famiglie dei benestanti del paese ( il direttore di banca, il medico , il farmacista, il commerciante) quando volevano fare qualche scampagnata o andare in vacanza. Allora mancavano ancora i mezzi pubblici e le auto erano rarissime.
Vicino a casa aveva aperto bottega un maniscalco, per ferrare i cavalli che ormai erano riapparsi sulle strade e venivano utilizzati soprattutto per il trasporto merci con i carri. Aveva una forgia rudimentale a carbone per dare forma al ferro nella misura necessaria allo zoccolo del cavallo, un incudine e grossi martelli , una bacinella d’acqua per immergere il ferro arroventato. Afferrata la gamba del cavallo, tagliava e modellava lo zoccolo con un grosso scalpello affilato. Per la sistemazione definitiva dello zoccolo, usava un aggeggio arroventato che bruciava e fumava, mollando una puzza bestiale e poi inchiodava il ferro con chiodi lunghi 4-5 cm, ribattendoli sui lati.
La puzza degli zoccoli bruciati dal maniscalco era una perenne prerogativa del luogo.
Avevano riaperto le malghe in montagna e il nonno aveva ricominciare a cargàre montagna in Fiara, allo Zebio e a Serona. Quando avevo 6 anni nel 1943 , e in montagna non c’erano ancora i partigiani, a malga Fiara avevo passato un paio di mesi con la mamma. Subito dopo la fine della guerra a malga Zebio col nonno che gestiva, trascorsi in libertà l’intera estate, seguendo i vaccari nel pascolo e nella mungitura delle vacche. Ma la mia passione era accompagnare i recuperanti a cercare residuati bellici della grande guerra nelle trincee e nei resti dei baraccamenti. Salivano da Gallio in bicicletta, con piccone, badile e i primi cercametalli. Si recuperavano caricatori pieni di cartucce del ’91 e del Mauser, bombe a mano Sipe, pezzi di granate di cannone, molte bombe inesplose del 75 mm, gavette e cucchiai, e tanti barattoli vuoti e arrugginiti. Per scendere alla sera, per non consumare i freni, i recuperanti attaccavano alla bici con uno spago una fascina di ramaglia di pino che rallentava la discesa.
- Malga Fiara
- Recuperanti
Malga Zebio
Alla fine arrivarono le prime elezioni politiche . Avevo ormai 11 anni. Un gran subbuglio, tutti agitati. Gli schieramenti politici principali erano in pratica due , i comunisti e i democristiani. Manifesti attaccati dappertutto sui muri delle case, comizi in piazza, baruffe a non finire. Di notte gli attacchini dei due partiti, con secchi di colla e rotoli di manifesti, lavoravano a tutto spiano, anche strappando i manifesti degli avversari. E quando si incontravano erano botte.
Ricordo che quelli di sinistra avevano attaccato il loro stemma , la falce e il martello, su decine di merli delle mura del castello medievale nel centro del paese. La notte seguente avvenne la risposta dei democristiani con manifesti attaccati alle vecchie mura sotto i merli , che riportavano : sopra i merli del castello c’è lo stemma di una lista, può ben dir chi ha cervello che ogni merlo e comunista.
Vinsero i democristiani, aiutati dai preti : in chiesa durante la predica veniva indicato sommessamente per chi votare , e nelle confessioni il prete avvertiva che votando per un certo partito si peccava e si andava all’inferno. E poi si diceva che … i comunisti mangiavano i bambini piccoli ( ma pare che non fosse vero…) , e che il baffone russo voleva arrivare in Italia e che gli americani ci avevano salvato dalla guerra e dalla fame.
I ragazzi più grandi delle contrade vicine raccontavano che in un paesotto non molto lontano avevano aperto il casino e che le donne cambiavano ogni due settimane: la quindicina, dicevano. Io avevo 10 anni e non capivo cosa fosse.
Con la fine della guerra ritornò la leva obbligatoria. I ragazzi del paese ai 18 anni , i coscriti, facevano la visita medica per il servizio militare e la festa della classe, festeggiando rumorosamente per le strade con cartelli e sopra un carro addobbato e tirato da un cavallo. Grande cena in osteria, grandi bevute e poi trasferta nel paesotto del casino a concludere in gloria. E io continuavo a non capire. Ma più tardi ho capito che per la maggior parte di loro era la prima occasione per toccare una donna. Per entrare nel bordello si doveva avere 18 anni compiuti , la carta di identità e un po’ di soldini.
Capii meglio negli anni dell’università. A poche decine di metri dall’Istituto di Geologia dove frequentavo erano attivi due bordelli e nell’intervallo tra una lezione e l’altra andavamo a sbirciare dentro. La tenutaria, la Norma, che ormai ci conosceva, ci cacciava immediatamente, sapendo che non avevamo mai i soldi per consumare. Ricordo che la tariffa minima era di 250 lire.
Coscritti alla festa della classe di leva
Il primo gennaio 1948 era entrata in vigore la Prima Costituzione Italiana, che diede inizio ad uno stato democratico dopo una dittatura durata 20 anni, che finì male, molto male. L’anno prima, 556 Padri Fondatori , tra cui 21 donne, avevano lavorato e discusso a lungo per stendere il testo definitivo. Tra di loro, oltre a tutti i capi dei partiti antifascisti, anche grandi intellettuali democratici, come Piero Calamandrei e Concetto Marchesi. C’era anche uno del mio paese, Fiorenzo Cimenti.
Ma qualcosa non ha funzionato bene : da tempo i nostri governi non durano mai più di 2-3 anni, si alternano con colori diversi, uno fa le leggi e il successivo le cancella. La loro dote principale, di tutti i partiti, è il bla…bla…bla… La burocrazia è diventata massacrante, micidiale, rallenta ed ostacola ogni cosa. E leggi , leggine e normative sono infinite, talora contradditorie. Ora qualcuno sostiene che bisogna cambiare la Costituzione. Mah!
E qui finisce la storia che volevo raccontare. Certo che i miei primi anni sono passati in un periodo di grandi cambiamenti, di guerra, di violenze, di indigenza e talora di fame. E poi è arrivato il famoso boom economico, la ricostruzione di un paese distrutto, e un po’ alla volta lavoro, benessere , i frigoriferi, le cucine elettriche, le lavatrici, la Fiat, le ferie al mare, gli scioperi, le autostrade, la televisione, la vespa, Bartali e Coppi. E i Boy Scout al posto dei balilla, l’Azione Cattolica, i campeggi, le squadrette di calcio con palloni veri, le gite del CAI in montagna col camion.
I casini : Case del piacere































































